Xarel·lo e Verdejo sono due uve bianche spagnole che finiscono spesso sullo stesso scaffale, ma hanno in comune ben poco. Lo Xarel·lo è catalano, cresce soprattutto nel Penedès, a pochi chilometri da Barcellona, ed è la spina dorsale del Cava; il Verdejo viene invece dall’altopiano della Castiglia, dove nella DO Rueda dà bianchi fermi, aromatici e quasi sempre secchi.
Cambia anche il carattere nel bicchiere: lo Xarel·lo è austero e sapido, con una durezza quasi metallica e un’acidità decisa, mentre il Verdejo è più aromatico, con agrumi, erbe e il suo tipico finale amarognolo. Di seguito le caratteristiche dei due vitigni, come si vinificano e il confronto tra due bottiglie bevute a casa.
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Lo Xarel·lo
Lo Xarel·lo (la grafia con il punto in mezzo, la ela geminada catalana, in etichetta diventa spesso Xarel-lo) è il vitigno bianco più coltivato del Penedès, in Catalogna. Ad Alella, a nord di Barcellona, si chiama Pansa Blanca, ed esiste anche una mutazione a bacca rosata, lo Xarel·lo Vermell. Ha buccia spessa e grappoli compatti, e mantiene una buona acidità anche nel clima mediterraneo.
Che tipo di vino è lo Xarel·lo? Prima di tutto un bianco secco, che però vive due vite. È uno dei tre vitigni classici del Cava, insieme a Macabeo e Parellada, a cui porta corpo, struttura e capacità di invecchiamento; sempre più spesso, però, viene vinificato fermo e in purezza, nella DO Penedès e ad Alella.
Che sapore ha lo Xarel·lo? Al naso e al palato ricorda la mela verde e gialla, la pera, il finocchio, le erbe aromatiche, gli agrumi e i fiori bianchi, con una nota di roccia e una sapidità marcata. Con il tempo, soprattutto nelle bollicine affinate a lungo, emergono frutta secca e un carattere di soffitta polverosa. In bocca ha acidità medio-alta, corpo medio e una certa durezza, quasi metallica, che è il suo marchio di fabbrica.
Nelle mie note lo Xarel·lo torna sempre con le stesse parole: soffitta, acciaio, roccia. Le versioni spumante, come il Cava Tresor Gran Reserva di Pere Ventura, mostrano in pieno quel carattere di soffitta e frutta secca; i fermi invece mi sono sembrati spesso vuoti, tesi e poco altro. L’eccezione è stata l’El Fanio 2023 di Albet i Noya, ottimo proprio perché, grazie alla botte di acacia, non era troppo Xarel·lo: camomilla, susina Mirabelle, timo e un finale gessoso. I bianchi naturali catalani, invece, come il Blanc Fugitiu di Bodega Clandestina bevuto a Pub Klemo, mi sembrano spesso tutti uguali.
Come Si Fa lo Xarel·lo
In cantina lo Xarel·lo è un’uva versatile, e lo stile finale dipende da cosa si vuole ottenere: base spumante, bianco fermo e fresco o bianco da invecchiamento. Questi i passaggi che fanno la differenza:
- Pressatura soffice e fermentazione in acciaio a temperatura controllata, per i fermi più freschi e per i vini base del Cava;
- Affinamento sulle fecce, con bâtonnage, che arrotonda la durezza del vitigno e dà cremosità;
- Legno di rovere, ma anche di castagno e acacia, che aggiunge note burrose e speziate;
- Macerazione sulle bucce, il brisat della tradizione catalana, per bianchi più strutturati e tannici;
- Anfore e vasche di cemento, molto usate dai produttori naturali;
- Rifermentazione in bottiglia con il metodo classico, per Cava e Corpinnat, con affinamenti che nelle Gran Reserva superano i 30 mesi.
- Cava
- Spumante metodo classico prodotto soprattutto nel Penedès, tradizionalmente da Macabeo, Xarel·lo e Parellada.
- Corpinnat
- Marchio collettivo creato da un gruppo di produttori del Penedès usciti dalla DO Cava: vendemmia manuale e almeno 18 mesi sui lieviti.
- Brisat
- Termine catalano per i bianchi fermentati a contatto con le bucce, l’equivalente dei macerati.
L’Importanza della Città (la Mia Opinione)
Quando penso allo Xarel·lo, un grappolo che, almeno fino ad ora, non mi ha mai davvero esaltato, mi chiedo quanto le fortune di un varietale siano connesse alla presenza o meno di una grande città nei pressi. Lo Xarel·lo, con quel nome scorbutico, sarebbe sopravvissuto alle fortune e sfortune del tempo se non fosse stato coltivato così vicino a Barcellona? La città spagnola è una meta turistica visitatissima e, complice anche il fascino che il Mediterraneo ha sugli anglosassoni, la richiesta di vini locali, vini “da vacanza” è forte. Se lo Xarel·lo fosse stata la varietà di Murcia, credo, non sarebbe noto quanto è noto oggi.
Sia chiaro, non vi è nulla di sbagliato in questo: il vino è anche economia e i fattori economici fanno e disfano il conto in banca di chi vi si trova in mezzo e la favorevole ubicazione delle vigne non è affatto una colpa, ma la norma. Se per gli inglesi non fosse stato comodo importare vino da Bordeaux, il destino degli chateaux sarebbero state ben diverso, se gli Austriaci non avessero avuto il Collio e da lì non si fossero portati i vini a Vienna, la Ribolla sarebbe stata dimenticata.
Eppure certo, quando bevo uno Xarel·lo, un po’ il dubbio mi viene che la Catalogna abbia dato a questo varietale più di quanto questo varietale abbia dato alla Catalogna.
Il Verdejo
Il Verdejo è il vitigno simbolo della DO Rueda, in Castiglia e León: un altopiano attraversato dal Duero, tra i 700 e gli 800 metri, con estati calde, inverni rigidi e forti escursioni tra giorno e notte. Per secoli qui si è prodotto soprattutto un bianco ossidativo, vicino allo Sherry; poi, negli anni Settanta, con l’arrivo di Marqués de Riscal e la consulenza dell’enologo bordolese Émile Peynaud, il Verdejo è diventato il bianco fresco e aromatico che conosciamo oggi. La DO Rueda è nata nel 1980.
Al naso offre agrumi come pompelmo e lime, pesca bianca, finocchio, erbe aromatiche come l’alloro, fieno e a volte note tropicali; in bocca ha corpo medio, un’acidità fresca ma non tagliente e un caratteristico finale amarognolo, di mandorla.
Il Verdejo è un vino secco. Le versioni ferme della DO Rueda hanno un residuo zuccherino minimo, e la sensazione di dolcezza che a volte si percepisce viene dalla frutta matura e dall’alcol. Esistono anche versioni ossidative e fortificate, come il tradizionale Rueda Dorado, ma sono una nicchia.
A quale vino somiglia il Verdejo? Il paragone più immediato è con il Sauvignon Blanc, con cui condivide i tioli responsabili delle note agrumate e tropicali, e con cui viene spesso tagliato proprio a Rueda. Per freschezza e sapidità può ricordare anche l’Albariño della Galizia o il Vermentino. Le versioni da vecchie vigne e affinate in legno cambiano invece registro: più ricche e cremose, a tratti vicine a un Viognier.
Il Verdejo, per me, è ancora un territorio da esplorare: con attenzione ne ho bevuto una sola bottiglia, quella del confronto qui sotto.
Come Si Fa il Verdejo
Il Verdejo si ossida facilmente, per questo la vinificazione moderna ruota attorno alla protezione dall’ossigeno e alla conservazione degli aromi:
- Vendemmia notturna, per portare in cantina uve fresche;
- Macerazione pellicolare a freddo di poche ore, per estrarre aromi dalle bucce;
- Vinificazione riduttiva, con gas inerti e basse temperature, per preservare i tioli;
- Affinamento sulle fecce, il sobre lías, per dare volume e cremosità;
- Fermentazione in barrique, il fermentado en barrica, per i vini più ambiziosi e longevi;
- Affinamento ossidativo per i tradizionali Rueda Dorado, in damigiane di vetro esposte al sole e poi in botte.
- Rueda Verdejo
- Vino della DO Rueda con almeno l’85% di Verdejo.
- Gran Vino de Rueda
- Categoria introdotta dalla DO per i vini da vigne di almeno 30 anni.
Xarel·lo vs Verdejo
Come sempre, il confronto tra due bottiglie.
Lo Xarel-lo del Noguer 2023 di Vins Pepe Raventós, il progetto personale di Pepe Raventós, managing director di Raventós i Blanc (abbinato a un riso fritto thailandese con pollo, il khao pad gai), ha confermato i miei dubbi sul vitigno e su certi bianchi naturali spagnoli, che mi sembrano spesso tutti uguali. Il naso è esattamente quello che ci si aspetta: fiori bianchi alpini, cantina per via di una riduzione intensa, mela fresca, cannella, smalto per unghie ed erbe aromatiche. Una gamma di tutto rispetto, in cui però varietà e terroir sono al servizio dell’approccio di cantina. Il corpo evita le svolte più aspre e audaci dello Xarel·lo ed è invece morbido, grazie al contatto con le fecce. I sapori sono quelli semplici di mela e pera, non particolarmente vibranti né definiti. L’acidità, spesso irruenta in questo vitigno, pizzica timidamente la lingua e poi esplode come una dinamite inutile alla fine del sorso, in un finale di circa 15 secondi: troppo pochi per costruire qualcosa di interessante, con aromi di mela cotta che non vanno molto lontano. Con il riso è stato fresco e rinfrescante, ma non c’è molto da raccontare, se non alla banca: i 30 euro spesi per questa bottiglia potrebbero valere un reclamo sulla carta di credito.
Il Viñedos Centenarios Edición Limitada Longverdejo 2021 di Cuatro Rayas (abbinato a un riso con pollo e verdure) è un bianco che non sale sul treno dell’acidità tagliente. Dopo un naso attraente e, per me, insolito, di arancia, burro fuso e fiori bianchi, mostra un corpo setoso e una profondità che ricorda certi Viognier francesi di classe. Struttura e palato burroso sono modellati dal passaggio in legno, mentre l’acidità media torna verso la gola alla fine del sorso, in onde ronzanti, quasi tattili. Il finale ha una nota amara di mandarino che pulisce il palato. In etichetta ci sono 12,5 gradi, ma o sono integrati male o sono di più. Mi sono piaciute la cremosità e la ricchezza di questo vino, così sicuro di sé e solido, con una buona concentrazione di frutto. Ha brillato sopra un piatto insipido.
Considerazioni Finali
Chi ha vinto? Il Verdejo, molto buono, contro uno Xarel·lo buono ma che non lascia il segno. Il confronto vuole però una postilla: il Longverdejo di Cuatro Rayas è un Verdejo da vecchie vigne e affinato in legno, lontano dal Rueda fresco da aperitivo, mentre lo Xarel·lo di Pepe Raventós è un bianco naturale che mette lo stile di cantina davanti al vitigno.
Quale acquistare, quindi? Dipende dall’occasione:
- Per un aperitivo fresco e aromatico: un Verdejo giovane di Rueda, la scelta più sicura;
- Per un bianco da tavola strutturato: uno Xarel·lo affinato sulle fecce o in legno, come l’El Fanio di Albet i Noya;
- Per qualcosa di più ambizioso: un Verdejo da vecchie vigne fermentato in barrique;
- Per le bollicine: uno Xarel·lo in un Cava Gran Reserva o in un Corpinnat.
Lo Xarel·lo resta per me un vitigno da capire, che dà il meglio quando la cantina ne ammorbidisce la durezza, col rischio però di perdere il varietale; il Verdejo, che conosco ancora poco, mi ha già dato una bottiglia molto buona e la voglia di assaggiarne altre.
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