Ho conosciuto l’azienda Ronco del Gelso il 22 agosto 2020, il giorno dopo la finale di Europa League tra Inter e Siviglia. Mi trovavo a Trieste per un fine settimana tra amici. Vuoi il dolore per la sconfitta, vuoi il troppo alcol, uno del gruppo (grande appassionato di vini) cadde dalle scale, rompendosi il braccio: due giorni rovinata e si torna a casa con le pive nel sacco.

Rimasto solo nel capoluogo giuliano, ne ho approfittato per una visita al Gran Malabar, una delle enoteche cittadine più serie. Il Chardonnay Siet Vignis di Ronco del Gelso fu una rivelazione quasi mistica, che l’amico si rompesse pure l’altro braccio, se ad ogni osso fratturato arrivasse un calice così! Certo, cinque anni fa la mia eno-conoscenza era molto piu ristretta, navigavo con l’orizzonte del Collio, mio primo grande amore, e dei suoi bianchi fragranti, uno Chardonnay così corposo ebbe gioco facile nell’affascinarmi.

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Cinque anni di distanza e almeno tre ordini a Ronco del Gelso dopo, posso confermare che i vini sono buoni e il rapporto qualità-prezzo ottimo. La qualità è altalenante, perché si tratta di una piccola azienda che non può garantire (evviva!) sempre lo stesso prodotto, ma c’è un’idea, per molti versi mutuata dalla vicina Vie di Romans, rivolta ai bianchi corposi e intensi che, quando centra il bersaglio, affascina. Prima di rivedere i vini migliori di Ronco del Gelso, conosciamo meglio il produttore.

Ronco del Gelso e la DOC Isonzo

Il proprietario dell’azienda è Giorgio Badin. Dal sito internet, datato ma ricco, si nota subito il carattere dell’uomo: uno che crede nei suoi vini e nella sua filosofia, con un broncio tipicamente friulano. Il primo imbottigliamento venne fatto nel 1988 e da 3mila bottiglie ora se ne producono 150mila.

Non si può parlare di questa azienda senza menzionare la DOC Isonzo. Leggi “Cormons” nell’etichetta e pensi si tratti di Collio, invece i terreni di Ronco del Gelso sono nel lato sfigato della Strada Regionale 56, che divide le colline pregiate dei bianchi friulani da una pianura attraversata dal (bellissimo) fiume Isonzo. Qui la produzione ha poco a che fare con i vini artigianali di Pradis o Dolegna del Collio, qui si privilegia la quantità, data la difficoltà di ottenere eccellenza con costanza.

C’è però un’azienda che rompe l’incantesimo della mediocrità della DOC Isonzo, un’azienda che ha segnato la strada per tanti altri: Vie di Romans. Questi campioni della qualità hanno capito che il destino dei bianchi isontini era quello di vini grassi, opulenti, ma non per questo privi di sfumature o finezza. Questa è stata la strada intrapresa anche da Ronco del Gelso.

Con il grande vicino, Ronco del Gelso condivide anche l’ubicazione dei terreni: le cosiddette “Rive Alte” si trovano lungo le rive settentrionali dell’Isonzo, ovvero sul lato destro del fiume scorrendo verso est. È qui che il terreno si eleva leggermente rispetto alla piana alluvionale principale, formando delle dolci alture ricche di ghiaie, sabbie e depositi alluvionali più antichi.

Queste collinette, spesso poco pronunciate ma rilevanti a livello viticolo, offrono ottimo drenaggio e stratificazioni minerali complesse, perfette per varietà bianche come Sauvignon, Pinot Grigio e Chardonnay. Vini etichettati come “Rive Alte” provengono proprio da queste particelle, caratterizzate da suolo più leggero, ventilato e dalla composizione interessante

Poi ci sono le differenze. Vie di Romans è un’operazione quasi bordolese, con strutture e capitali che permettono vere e proprie imprese enoiche. Grandi poteri, grandi responsabilità, e grandi vini. Ronco del Gelso è invece un’azienda profondamente familiare, dove la mano di Badin è ben presente, così come i suoi esperimenti.

Questa è anche la forza dell’azienda: l’uomo ha saputo ascoltare ciò che i vicini hanno messo in campo, ma poi compie scelte autonome. Ed è questa la promessa che viene mantenuta in tutte le bottiglie, da quelle più riuscite a quelle meno convincenti: avere nel calice il tentativo di produrre qualcosa di autentico e originale. Ronco del Gelso non scimmiotta, può riuscire o meno, ma i vini hanno sempre un profondo marchio di autenticità.

L’approccio al biologico dell’azienda non piacerà ai puristi: Ronco del Gelso rifiuta di inchinarsi al bio e ancor di più al biodinamico. I lieviti sono selezionati, la solforosa c’è, la betonite pure. Poi certo, l’irrigazione è a goccia e la cantina è autosufficiente dal punto di vista energetico, ma non ci si aspetti di incontrare Steiner tra le botti. Uomo avvisato, mezzo salvato. Io, che sono un fan del pragmatismo più che dei bollini, non ne soffro affatto.

Per quanto riguarda il catalogo aziendale, dividere i vini in fasce di prezzo non ha senso: sono tutti molto economici. Si parte da un Cabernet a 12 euro (prezzi del 2024), che sconsiglio come tutti i rossi di Ronco del Gelso, per finire col Traminer Passito Aur a 20 euro (mezza bottiglia). Il rapporto qualità-prezzo è straordinario.

I Vini di Ronco del Gelso

Latimis (blend)

Latimis 2018 (bevuto a maggio 2022)
Il Latimis 2018 è forse l’esempio più eloquente di come un blend possa crescere col tempo fino a toccare vette espressive inaspettate. Il naso è travolgente: il limone si intreccia con note floreali, erbe mediterranee e mandorla, creando un insieme che ha la complessità di un vino maturo e la freschezza di uno giovane. Al sorso si divide in due atti: prima un ingresso ricco, grasso, quasi vellutato, poi una chiusura sorprendentemente tesa, verticale, che sembra mettere ordine all’opulenza del primo impatto. Una struttura costruita su un’acidità precisa e coerente, che tiene insieme tutte le componenti. Peccato solo per l’abbinamento: l’orata al cartoccio è affondata sotto la pienezza del vino. Ma mia moglie era arrabbiata e quel giorno il vino serviva più come conforto che come accompagnamento.

Latimis 2020 (luglio 2022)
Due anni più giovane del precedente e si sente. La 2020 del Latimis non ha trovato il suo centro: l’albicocca e il rosmarino offrono uno spettro aromatico interessante, ma al palato manca quel corpo grasso che è il suo marchio distintivo. La sensazione è che stia cercando una direzione. La pasta al pesto, nonostante la sua forza aromatica, non è riuscita a stringere un dialogo col vino: l’uno troppo verde, l’altro ancora troppo timido.

Latimis 2020 (luglio 2024)
Passato ancora del tempo, il Latimis 2020 evolve ma non è del tutto riusciuto. Il naso si è affievolito, le note più fresche sono svanite lasciando un profilo più strutturato ma meno espressivo. Il sorso è ancora segnato dalla sua corposità, ma è come se mancasse una parte del racconto: le spezie leggere, la citronella e il pepe bianco affiorano con discrezione, ma poi arriva una nota amara e invadente di verbena che guasta il finale. La focaccia con la mortadella è rimasta sola, senza alcuna complicità.

Prezzo: 14 euro.

Malvasia Vigna della Permuta

Malvasia Vigna della Permuta 2020
Un colpo di scena. Nessun legno, solo acciaio nella genesi di questa bottiglia, eppure una struttura da vino importante. La bocca è salata, ricca di acidità e spinta marina, con un’anice che guida il sorso verso un finale lunghissimo. La frutta, come spesso nelle grandi malvasie, è sottotraccia, appena accennata, e lascia spazio al mare e alle erbe. Un vino che esige piatti più delicati: il salame e il formaggio sono stati travolti dalla sua energia.

Malvasia Vigna della Permuta 2021
La 2021 della Vigna della Permuta è una Malvasia che non alza la voce, che non cerca l’applauso. Al primo sguardo è discreta, quasi anonima: un paglierino opaco, regolare, senza bagliori né riflessi. Il naso non tradisce le aspettative aromatiche tipiche della varietà: niente esplosioni floreali o spunti marini, ma un profilo più pacato, fatto di pesca gialla, tarassaco e un accenno cremoso che ammicca a qualcosa di più ricco, ma senza dichiararlo. In bocca è un vino che scorre dritto come un binario: la struttura è tesa, levigata, senza spigoli, e proprio per questo un po’ monocorde. Si avvertono note di nettarina e timo, ma sono appena accennate, come elementi decorativi su una base neutra. L’acidità è ben integrata, nascosta all’inizio, poi si svela in piccoli sprazzi nervosi verso il finale. Chiude con una bella salinità e un amaro agrumato che dà il colpo di coda. Non è un vino che vuole farsi notare, ma fa bene il suo mestiere, soprattutto in tavola: con la grigliata di pesce ha saputo restare al suo posto, dando sostegno senza coprire. Con il polpo poi si è trasformato, diventando improvvisamente più profondo, quasi opulento.

Prezzo: 14 euro.

Pinot Grigio Sot Li Rivis

Pinot Grigio Sot Lis Rivis 2020
Bevuto senza pretese, ma con attenzione. Il naso è solare, diretto, agrumato, e in bocca esplode con forza. La componente alcolica è percepibile, a tratti preponderante, ma il corpo è avvolgente e piacevole. Per essere un Pinot Grigio, sorprende con un dinamismo inusuale. Non ci sono troppe sfumature, ma quello che c’è è ben scolpito, solido, deciso.

Pinot Grigio Sot Lis Rivis 2021
Un bianco potente, muscolare, che flirta col limite. Il naso è travolgente, tra wienerbrød, lime e frutta tropicale. In bocca si avverte un calore che appesantisce il sorso, pur rimanendo coerente con lo stile del vino. Una nota ossidata spezza la magia della frutta bianca, mentre una sottile acidità mantiene il sorso vivo e lo accompagna fino a un finale salino, persistente. Un vino che si fa ricordare più per la forza che per l’equilibrio, perfetto con la tartare di tonno che ne ha ammansito la potenza.

Prezzo: 16 euro.

Friulano Toc Bas

Toc Bas 2018
Un friulano autentico, evoluto, ricco di spezie, alloro, erbe secche e una mandorla che chiude il cerchio. La bocca è piena, avvolgente, ma mai pesante. L’acidità è sottile, appena un’eco che tiene insieme il sorso. È la componente sapida e l’umami a definire l’identità di questo vino. Con un prosciutto buono sarebbe stato un abbinamento da ricordare. Con quello cattivo che c’era, ha retto lo stesso.

Toc Bas 2022
Più giovane, più teso, più cesellato. I fiori bianchi aprono il sipario, seguiti da una mandorla educata e una papaya che sorprende per freschezza. Il sorso è affilato, verticale, salino, con un finale in cui l’amaro della mandorla e la dolcezza del frutto si tengono per mano. Un Toc Bas più intellettuale del 2018, che preferisce la precisione alla ricchezza.

Prezzo: 15 euro.

Chardonnay Siet Vignis

Siet Vignis Chardonnay 2020
Un vino che tenta il colpo grosso, ma inciampa nel legno e nell’alcol. Al naso la vaniglia è protagonista, ma sotto si intravedono mango e gesso. La bocca alterna note tropicali e secchezza calcarea, in un gioco interessante ma un po’ scomposto. La chiusura è coerente con l’identità del luogo: salina, acida, dinamica. Un Chardonnay che parla due lingue, senza sceglierne una.

Siet Vignis Chardonnay 2021
Più riduttivo e compresso. Il naso ha note di pietra focaia e la frutta si nasconde dietro la pietra. Il sorso è regolare, ben costruito ma privo di tensione. L’acidità c’è. Il finale è tutto in sottrazione, con mela, pera e sale che provano a ravvivare un vino che ha perso parte della sua vitalità. Ha fatto il suo con la minestra, ma nulla di più.

Prezzo: 16 euro.

Aur Traminer Passito

Aur Traminer Passito 2017
Un passito che seduce con dolcezza ma poi colpisce con spezie e fumo. Il naso è quello tipico del Traminer: miele, mango, litchi. Ma già lì si avverte un’ombra: un sentore affumicato, un pepe bianco che rompe l’armonia. In bocca è denso, morbido, come una stoffa preziosa, ma poi arriva la spezia a squarciarla. La struttura non è tenuta dall’acidità, ma da questa tensione piccante che dà profondità e allunga il finale. Non è perfetto, ma è memorabile, ed è destinato a durare.

Prezzo: 20 euro.

I Migliori Vini di Ronco del Gelso

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