Aggiornato al 15 Aprile 2026.
La giornata è di quelle piovose, primaverili. Non il meteo che maggiormente premia una visita nel Collio, ma la motivazione è valida: visita da Picech. Quindi si arriva in località Pradis, la stessa di altri nomi noti, per chi conosce la zona: Sandro (Doro) Princic, Caccese e Carlo di Pradis. Non un luogo qualsiasi.
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Solo i vini migliori,
nessun voto noioso
Ad accoglierci c’è la signora Alessia, moglie del Roberto Picech proprietario dell’azienda. Ho notato che ci sono due tipologie di partner (o compagne, o mogli o, piu raramente va ammesso, mariti) nelle cantine: chi è coinvolto e chi resta ai margini della produzione. In questo caso siamo fortunati: Alessia, oltre a gestire le camere date in affitto ai turisti, conosce e commenta con competenza i vini del marito. Evviva.
Le Origini dell’Azienda Picech
Degustiamo alcuni calici in una sala con una vista spettacolare sui vigneti. Conosco piuttosto bene il Collio, ma raramente ho degustato vini con un panorama simile. Iniziamo con il Pinot Bianco 2023, che rispetto al 2022 (che trovai ricco e fruttato) mi sembra ancora più riuscito.

Questa annata ha tutta la succosità tipica dei vini Picech, arricchita da eleganti profumi di albedo di limone. È profondo e con un’acidità medio-alta. Leggermente marcata la nota alcolica, ma il corpo è teso e ben definito. Un gran bel vino.
Alessia ha un legame speciale con il Pinot Bianco, vitigno introdotto dalla Francia dal Conte De La Tour per Villa Russiz. Da lì si è diffuso, diventando un piccolo classico, sostenuto da un consorzio ristretto, che include anche Franco Toros e il Castello di Spessa. Ma nel 1868, all’epoca del Conte, i Picech non erano ancora produttori indipendenti.
La famiglia inizia a coltivare le vigne all’inizio del ’900, come mezzadri. A metà secolo, il proprietario perde tutto ed è costretto a vendere. Così, nel 1963, i Picech comprano casa e 5 ettari, iniziando la loro produzione autonoma. Una storia che si colloca tra l’inizio della viticoltura moderna del Collio e l’ascesa di questa zona guidata da Felluga, Schiopetto e gli altri patriarchi dell’enologia friulana.
La Prima Generazione
Il secondo vino è lo Jelka 2019, un uvaggio di Friulano, Malvasia e Ribolla. Non è il classico Collio Bianco, categoria che non amo. Si tratta invece di un macerato: il Friulano, raccolto tardi, resta sulle bucce per quindici giorni. Le uve poi affinano separatamente in botte grande e tonneaux per un anno, seguite da tre anni in cemento e uno in bottiglia. Un vino frutto di un processo accurato.

A casa ho una bottiglia del 2017 che non ho ancora aperto, quindi ero curioso di assaggiarlo. L’ho trovato rotondo e armonioso. Alessia lo descrive bene: al naso ricorda un vino dolce (note di miele e scorza candita), ma in bocca è secco, netto e diretto. Non un corpo molto intenso, ma sono curioso di seguirne l’evoluzione. Davvero notevole.
Jelka è un nome importante in una storia aziendale che è anche una storia familiare. È la madre di Roberto Picech, moglie di quel Ribel (soprannome che la signora Alessia indica come azzeccato) la cui natura complessa è all’origine del logo aziendale: un riccio. E se è vero che dietro (ma speriamo anche davanti) ad ogni grande uomo c’è una grande donna, quelle che stanno dietro a uomini difficili devono fare fatica doppia. Jelka, nativa di Medana (nel Collio sloveno) e di etnia slovena in un periodo in cui al Fascismo piaceva cambiare nomi e tarpare identità, ci è riuscita, tenendo insieme famiglia ed un legame con la propria storia che i Picech portano avanti.
L’omaggio del figlio è un vino, ma anche un’enologica dichiarazione di intenti: Collio ma non convenzionale, macerato ma non estremo, morbido ma non ruffiano. Nel vino come nella vita, spesso è nelle sfumature che si incontrano le cose migliori.
Picech Oggi
Concludiamo gli assaggi con una sorpresa fuori programma: il Ruben Riserva 2020. Un blend quasi tutto Merlot, con un tocco di Cabernet Sauvignon, prodotto solo nelle migliori annate. Affinato in tonneaux per 24 mesi, poi in botte grande.
Wow. Naso profondissimo e serio, umido, che mi ha ricordato il Saffredi. Tannino potente e polveroso, molto polveroso, attorno alla bocca. Finale con note di scatola di sigari e cioccolato. Leggibile, ma mai da prendere sotto gamba. Davvero eccezionale.
Ruben è anche il nome del figlio di Roberto e Alessia. Athena, la figlia, ha dato il nome a un Friulano macerato, che non ho degustato, ma conoscendo il valore, l’ho acquistato a occhi chiusi. Qui si fonde il passato dell’azienda con una prospettiva sul futuro.
La filosofia e i vini sono moderni nella sostanza, non nella moda. L’azienda è sempre stata biologica: solo verderame. Ho anche imparato un termine nuovo: sovescio, ovvero le piante che si seminano per arricchire il suolo in modo naturale. È un’azienda piccola, che non replica mai lo stesso vino, ma interpreta l’annata.
E questo è anche un po’ il punto in cui il futuro spaventa. Le estati si fanno sempre piu calde e le grandinate abbondano. Quando si parla con agricoltori e produttori, il cambiamento climatico smette di essere un’opinione: queste temperature e precipitazioni non sono nella norma dei decenni passati. L’anno scorso i Picech, a causa di due grandinate, hanno perso due terzi della produzione (e no, mi spiega la signora Alessia, non c’è assicurazione che copra davvero questi eventi).
C’è quindi un futuro da scrivere che ha dei punti di domanda. Da par mio, arrivavo dai Picech conoscendo e amando i loro vini. Ma c’è un ulteriore elemento: non si capiscono pienamente i vini di questa cantina se non si conosce il grande romanzo familiare che la connette al suo territorio.
Il gusto di fare i propri vini, figlio di un’indipendenza economica di cui essere orgogliosi. Lo stile ibrido, non ancorato ad un trend se non quello delle proprie idee e materie prime. L’apertura di una struttura ricettiva di piccole dimensioni, simbolo di un Collio che deve destreggiarsi tra imprenditorialità, mantenimento di quelle caratteristiche “campagnole” che lo rendono ciò che è e cambiamenti climatici imprevedibili.
I Picech sono parte del Collio tanto quanto un certo Collio – familiare, indipendente, coraggioso – è perfettamente esemplificato dai vini di Picech. Salute!
Bottiglie acquistate
- Ruben Riserva x2
- Athena
- Jelka Bianco
- Malvasia
- Friulano
Costo: 167€
Quando sul Collio, visitate anche Gorizia.
I Vini di Picech Degustati negli Anni
Questa è una cantina di cui ho assaggiato spesso e sempre con trepidazione i prodotti. Qui un breve riassunto delle mie esperienze, ora che mi resta in cantina una sola bottiglia di Ruben Riserva
La Malvasia è il vino in cui la mano di Picech si vede di più. La 2022, bevuta con la parmigiana, è stata una delle bottiglie più memorabili degli ultimi anni: austera, quasi severa, con una texture setosa che reggeva il grasso del piatto e un finale lunghissimo che si sposava perfettamente con l’amarezza della melanzana. Uno di quegli abbinamenti in cui i due elementi si moltiplicano invece di sommarsi. La 2023, profumatissima al naso con pietra bagnata, panna e fiori d’arancio, ha preso una direzione diversa: più morbida, più borgognona, meno succosa del solito. Non una delusione, ma una sorpresa. Con la stessa parmigiana non ha funzionato allo stesso modo, il vino era troppo rotondo per tenere testa al piatto.
Sul Pinot Bianco ho un punto di riferimento solido: la 2022, bevuta con il brodetto alla gradese. Estroverso e fruttato, con un’acidità che scorreva sulla lingua come aghi prima di ritrarsi nel frutto. Il finale di pesca nettarina era preciso, quasi netto. Un vino che non ha bisogno di molto per farsi capire, peculiare per il varietale.
Il Friulano è il vino che mi ha dato le emozioni più forti. La 2022, bevuta con una focaccia genovese, è stata una rivelazione: grassa ma mai eccessiva, con una salinità che emergeva naturalmente e un’acidità che titillava la lingua e poi si riverberava in modo discreto sulle labbra. Un vino elegante che puliva il palato dopo ogni boccone con precisione chirurgica. La 2023, assaggiata sempre con lo stesso abbinamento, era invece un vino che preferiva sussurrare: acacia, mela in conserva, e nel finale una speziatura quasi da Grüner Veltliner, sorprendentemente definita per un sorso così leggero e sfuggente. Meno immediato, ma non meno interessante.
Lo Jelka Bianco è forse il vino più difficile da decifrare. Il 2017, bevuto con otto anni sulle spalle e una zuppa di legumi nel piatto, era tutto sfumatura: cocco, miele, crema di limone, un corpo leggerissimo che non pesava mai. Il vino e la zuppa si sono capiti immediatamente, il frutto diventava dolce con i legumi, la struttura del vino definiva i contorni del sorso. Il 2019, servito con affettati, raccontava una storia diversa: poco frutto, poca sostanza, ma una texture cremosa quasi commovente e un finale salino che permaneva. Una bottiglia colta nel momento sbagliato, forse, o una versione meno riuscita. Difficile dirlo con produttori artigianali come Picech.
Il Ruben Riserva 2020 è un vino che non chiede di essere amato subito. Al naso era pieno come un rosso del Rodano: frutta scura, cassis, salvia bruciata e un sottofondo di cioccolato al latte che arrivava dal lungo passaggio in legno. In bocca, i tannini granulosi e secchi prendevano il controllo, e il finale, interminabile, chiudeva su liquirizia e cioccolato fondente. Abbinato a uno spezzatino di capriolo, ha trovato il suo accoppiamento perfetto: il profilo del vino inseguiva quello della selvaggina e con esso giocava. Un rosso che dal Collio non ti aspetti, e che per questo sorprende di più.
L’Athena è il vino che mi ha deluso maggiormente. La 2020, con formaggi caprini, aveva un naso straordinario: miele, mandorle caramellate, fiori, pesca matura, rancio. Una promessa enorme. In bocca, l’alcol ha interrotto bruscamente la conversazione – si dice che il tenore alcolico è il motivo per cui i vini fanno male a chi li beve; a mio avviso, le prime vittime dell’alcol alcuni vini, come in questo caso. Un assaggio più riuscito di questa bottiglia lo avevo fatto da Ferronato a Pordenone, in un contesto diverso: camomilla, limone in conserva, speziatura del legno e una chiusura freschissima di buccia d’arancia. Lì il vino mi aveva colpito in positivo. Ancora una volta, c’è grande variabilità di anno in anno con i vini di Picech.
I vini di Picech secondo me, soprattutto nelle annate in cui il caldo non li spinge verso alti gradi alcolici, sono molto buoni, con punte di eccellenza quando si parla della Malvasia e del Friulano. La chiave interpretativa del vignaiolo è quella di vini succosi, non costruiti ma espressivi, senza inseguire uno stile che non sia il proprio. Da questo punto di vista, in particolare i due vini già citati, si distinguono per carattere e ampiezza dei profili.
La gestione dell’alcol rappresenta il limite più evidente, questo problema rende indecifrabili vini altrimenti interessanti. Quindi anche prodotti di punta come l’Athena possono talvolta lasciare perplessi. Questa scarsa riproducibilità è figlia di una produzione artigianale, che fa con quello che ha. In ogni caso, l’assaggio non è mai banale – e talvolta indimenticabile.
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