Aggiornato il 26 febbraio 2025.

Il Burgenland è una regione di solitaria bellezza. Guardando la mappa dell’Austria, sembra una piccola protesi abbandonata a est. Ampliando lo sguardo, ci accorgiamo che si tratta della porta di entrata alla Pianura Pannonica. Guidando seguendo le linee rette di strade che attraversano confini tracciati sul paesaggio uniforme, si ha una sensazione di quieta vastità.

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Da qui vengono i migliori vini rossi austriaci. Eventi come Un Calice di Burgenland fanno un ottimo lavoro nel portare questi prodotti a Vienna e non solo, ma è a MondoVino 2024 che mi sono imbattuto nei vini dell’azienda Kerschbaum (precedentemente chiamata Paul Kerschbaum). Mi aveva affascinato la cifra stilistica sempre estratta ma mai sbilanciata di questi vini e in particolare mi innamorai del Blaufränkisch Dürrau 2022.

Ora, ci sono tanti motivi per cui l’Austria è un paese del primissimo mondo. Uno di questi è che qui le domeniche sono davvero domeniche. Per tutti. Non si lavora. Nel caso delle aziende vinicole, anche i sabati spesso sono giorni di chiusura, seguono un ritmo più simile a quello di un ufficio che a quello di una struttura che spesso ospita turisti.

Ho avuto però la fortuna di entrare in contatto con David Raidl, che si occupa delle vendite presso l’azienda ed è stato gentilissimo nel fissare un appuntamento per un sabato nel punto vendita di Horitschon. E be’, l’accoglienza è stata serissima. Ho avuto modo di assaggiare l’intera proposta di Kerschbaum.

Rosé e Bianchi di Kerschbaum

Siamo partiti dal Rosé Brut, bolla metodo classico prodotta col metodo saignée, ovvero il “dissanguamento”, la rimozione di parte del succo di uve rosse al fine di concentrare la rimanente percentuale che andrà a vinificare in rosso mentre con la parte rimossa si produce il rosé. Le uve sono di Blaufränkisch e la fermentazione in bottiglia viene fatta da Szigeti, il gigante dello spumante del Burgenland. Ne nasce un buon vino, con una bolla molto educata dai contorni sottili e dall’ampio diametro, ma con ottima densità. Al palato le fragoline di bosco e il frutto rosso che ritorna. Si beve che è un piacere.

Una cosa che ho notato parlando con David e soprattutto assaggiando i vini è che da Kerschbaum sanno che il vino è un gioco e i giochi sono una cosa serissima. Lo si nota dalla firma sempre intensa e dalla ricerca dello spessore che viene impartita ai vini già a partire dal secondo del catalogo: un Rosé fermo, sempre metodo saignée. Al naso profumi di pesca bianca e limone. Citrico e vivace al palato e si chiude salino. Può reggere benissimo il cibo. Ottima densità e carattere con profili affastellati. Non finissimo, ma tanto. Molto molto buono.

Una curiosità è che il Burgenland, fino agli anni Ottanta, era prevalentemente una zona di bianchi. Dolciastri e ricchi come si usava all’epoca. Sono stati Paul Kerschbaum, Geselmann e pochi altri pionieri a portare il Mittelburgenland (la DAC dove si trova Horitschon) verso i rossi, in quello che è stato un cambiamento epocale e fortunatissimo per questa denominazione.

Ma ai bianchi i Kerschbaum sono anche tornati. A partire dal Grüner Veltliner Reserve 2021, un bianco prodotto da una vigna non di proprietà nel Leithaberg (l’azienda possiede circa 40 ettari vitati a rosso e acquista uve da 4 ettari di bianco). I Kerschbaum non lavorano direttamente la vigna, ma acquistano e vendemmiano le uve con il loro team solo se queste rientrano nel loro standard qualitativo. Come dicevo, non lasciano nulla al caso.

E il vino ne giova: non è il solito Grüner Veltliner. Qui c’è tanta complessita, coi profili di frutta tropicale che si aprono in orizzontale. Finale molto lungo e sapido. Il varietale si trasforma col legno (vinifica e invecchia dieci mesi in botti nuove), diventando meno riconoscibile.

L’interesse verso i bianchi è però indirizzato soprattutto verso lo Chardonnay Reserve 2022, sempre prodotto con vigne non di proprietà accuratamente selezionate, sempre vinificato e invecchiato in legno nuovo. Questa volta il vigneto è quello calcareo di Katterstein, ancora nel Leithaberg (altra DAC del Burgenland). L’ho trovato ricco e attraente, con la tostatura vanigliata e burrosa del legno in primo piano e solo dopo si nota la sfumatura vegetale vibrante che da struttura. Un Nuovo Mondo style.

Pur trovando lo Chardonnay buono, a mio avviso è il Grüner Veltliner il migliore tra i bianchi di Kerschbaum. Mentre il primo è una buona versione del vino che ti aspetti quando incontri una riserva di questo tipo, il secondo mostra la firma “borgognona” del produttore e il terroir che lo rende così diverso dai suoi pari della Bassa Austria. Il Grüner Veltliner fa dei suoi potenziali difetti (minore acidità che in zone più quotate per i bianchi) un tratto identitario che rimarca con l’opulenza data dalla vinificazione. Vale l’assaggio!

I Vini Rossi Giovani di Kerschbaum

L’azienda segue una logica che fatico a decifrare nelle sue belle etichette: la foto dell’albero di ciliegio ha lo sfondo rosa nel caso del rosé, verde per i bianchi, blu e violetto per i rossi che fanno legno vecchio, colori caldi per quelli che passano nel legno nuovo. Astenersi daltonici. In ogni caso passiamo ai vini rossi più giovani, che fanno un passaggio in legno.

Lo Zweigelt 2022 è un vino succoso e dal finale molto speziato, mentre il naso vinoso viene inseguito da un palato all’amarena. Piacevole e con anche qualche complessità. Ho davvero poca simpatia per questa varietà, quindi chapeau a Kerschbaum per avergli dato un senso.

Meglio ancora è il Blaufränkisch 2022, dei pistoni viola che vanno su e giù. Esuberante, con tanto pepe, ma anche frutto denso e aromi di nocciola e tabacco. Ottima succosità. Esplosivo. Le uve fermentano per quindici giorni e svolgono la malolattica parzialmente in legno, mentre l’invecchiamente avviene in barrique non di primo uso e grandi contenitori ovali di rovere.

Qui la comparazione tra Blaufränkisch e Pinot Noir.

Qui a mio avviso si vede benissimo il potenziale del Blaufränkisch rispetto agli altri rossi austriaci. La sua innata speziatura gli dona una vibrantezza rara e, sebbene talvolta chiuso, si muove sempre su toni molto eleganti. In questo caso è vivacissimo, ma mai ovvio. Davvero un gran bel vino.

Fedele al motto di Paul Kerschbaum per cui “ci deve essere un vino per ogni occasione”, il figlio Michael tre anni fa ha lanciato Opera, di cui ho assaggiato l’annata 2021. L’idea è quella di un semi-bordolese: 60% Blaufränkisch, 40% Merlot. I grappoli vendemmiati a mano fermentano spontaneamente sulle bucce per 24 giorni e invecchiano poi per 18 mesi in botti da 500 litri. Pur essendo un buon vino (l’azienda non scende mai sotto un certo livello qualitativo), non l’ho trovato particolarmente interessante. Dà la sensazione di un semicerchio a due braccia viola molto morbido e avvolgente. Tanta ciliegia sia al naso che al palato. Il Merlot la fa da padrone. L’acidità regge. È un vino nato per farsi amare, medio corpo e tannini già puliti.

Ottimo è invece il primo vino da vigneto singolo che ho assaggiato: il Blaufränkisch Hochäcker 2023. Qui, il terreno è composto inizialmente da un misto di loess e limo, che andando in profondità si trasforma in ghiaia. Questa composizione rende il suolo permeabile, garantendo ottimi risultati soprattutto negli anni più piovosi. Tuttavia, nei periodi di grande caldo, esiste sempre il rischio di danni dovuti alla siccità. Per questo motivo sono state piantate viti selezionate di Blaufränkisch, che producono grappoli molto piccoli e quindi risultano più resistenti alla mancanza d’acqua.

Il vino che ne esce è un Blaufränkisch elegante e finissimo, come delle radici viola che affondano nel calcare. Profumi definiti di piccoli frutti rossi e ribes rosso, poi al palato arriva una sensazione di roccia bagnata e sapidità erbacea. C’è una grande raffinatezza in questo vino il cui passaggio in legno non copre nulla, ma anzi esalta le caratteristiche del terroir

I Grandi Rossi di Kerschbaum

L’azienda non rifugge il rovere, anzi, lo usa con saggezza. L’approccio è quindi tradizionale, ma evoluto rispetto alle cannonate legnose che erano di moda quando Paul Kerschbaum iniziò ad imbottigliare i suoi vini quasi quarant’anni fa. Come il legno possa dire senza urlare anche quando lascia un’impronta marcata lo si vede nel Blaufränkisch Dürrau 2022.

Il vigneto Dürrau è considerato uno dei cru più straordinari di tutto il Burgenland. Qui crescono viti di Blaufränkisch robuste e longeve, alcune con oltre 70 anni di età – sebbene l’azienda ritenga che superata una certa età le vigne non portino più benefici al vino: un punto di vista interessante che desidero approfondire. Il suolo profondo, composto da limo con un’elevata percentuale di argilla e ricco di ferro — facilmente riconoscibile dalle macchie color ruggine — crea le condizioni ideali per la viticoltura. Nelle annate più secche, il Dürrau si comporta come un eccellente serbatoio naturale d’acqua, favorendo la freschezza e una fine acidità che rendono la qualità dell’uva difficilmente eguagliabile.

Il vino fermenta per 21 giorni a temperatura controllata. La malolattica avviene all’interno di botti di rovere, dove la cuvée maturerà poi per 15 mesi. L’ottimo prodotto che ne nasce è un magma che lentamente si espande in orizzontale. Tannino gessoso ancora preponderante e sapori e profumi bruciati di chicchi di caffè tostati e cioccolato. Ottima acidità che ne garantisce il futuro. Tesissimo.

Ancora migliore mi è sembrato il vino più celebre di Kerschbaum, la Cuvée Impresario 2022. Si tratta di un blend 60% Blaufränkisch, 20% Zweigelt, 15% Merlot e 5% Cabernet Sauvignon. Dopo 24 giorni di macerazione, i vini invecchiano per 18 mesi in botti di legno nuovo. Il nome Impresario, mi spiega David, si riferisce alla figura che allestisce le opere liriche e che quindi deve far lavorare in armonia diversi componenti.

Il vino è nato per farsi adorare. Ancora molto chiuso. È un mare scuro in attesa di risoluzione. Ribes neri, bacche di ginepro, cassis e la speziatura del legno spuntano al naso. Al palato i tannini sono ancora molto compatti, ma la speziatura del Blaufränkisch guida il sorso verso un finale appagante e lungo. Eccezionale.

E qui è successo qualcosa che mi ha colpito. David aveva preparato anche una bottiglia di Cuvée Impresario 2016, per mostrarmi come si fosse evoluto nel tempo, e lo abbiamo assaggiato insieme. Lui stesso sembrava molto curioso di vedere che vestito gli anni avessero cucito addosso a questo vino. E qui, perdonate la digressione, secondo me si tocca uno dei grandi motivi per cui ci piace il vino, ed è la connessione tra le aziende (quelle che non hanno in piedi solo un’operazione commerciale, ma qualcosa di più) e il loro prodotto. Quando anche chi presenta i vini sembra volerne conoscere i segreti ed esserne innamorato, be’, lì si ha un’esperienza non solo sensoriale ma anche sociale ed emotiva, si beve insieme, si scopre qualcosa insieme. Ed è per questo motivo che vale la pena visitare i produttori, e in questo caso io sono capitato molto bene.

Passando alla bottiglia, qui si vede il destino di questo vino, che diventa una composta nera che scivola rapidamente in verticale. Profumi di mirtilli e lamponi fatti. L’acidità rimane così come il tannino, che però ora si mette sullo sfondo e supporta. Spezie dolci arricchiscono il palato prima del lungo finale. Conto di avere la determinazione di lasciare le bottiglie che ho acquistato in cantina, perchè questo vino sembra dare il meglio con qualche anno sulle spalle.

Abbiamo poi chiuso con la Cuvée Paul Kerschbaum 2021, in precedenza chiamata Cuvée Kerschbaum, poi resa omaggio al fondatore. Si tratta di un classico taglio bordolese sia nella composizione (50% Cabernet Sauvignon, 50% Merlot) che nell’approccio. Ottimo, ma non così unico e coinvolgente come l’Impresario. È un quadro a tinte forti, con le more anche in marmellata e la prugna. Finale alla noce moscata lungo. Il tannino sorregge senza dominare un vino succoso.

Vini seri, fatti con precisione e senza scorciatoie, nel centro del Burgenland. Salute!

Bottiglie acquistate

Ecco, dopo qualche bottiglia assaggiata, le mie impressioni.

Le mie impressioni finora

Rosé Brut – la bolla che non vuole litigare

Il Rosé Brut è, sulla carta, un Metodo Classico da Blaufränkisch prodotto con saignée. Nel bicchiere è rosa pesca, con una bolla fitta, ampia, che non vuole disturbare la conversazione.

Al naso arrivano fragoline, pane lievitato, yogurt alla ciliegia. C’è una componente evoluta che si prende la scena per prima, ma il frutto è pronto a rientrare in gioco. Il perlage è denso, le bolle sono grandi ma dai bordi sottili: educato, mai aggressivo. Accessibile.

In bocca i sapori di frutta rossa emergono, diventano succosi, quasi masticabili. Il finale è sapido, pulito, non lungo – e non vuole esserlo. Non è una bolla da duello a tavola. Può accompagnare un piatto, ma non lo combatte. È più un vino da convivialità che da dichiarazione d’intenti. Piacevole, centrato, ma ancora un filo incompiuto rispetto a ciò che il Metodo Classico può essere.

Blaufränkisch Ried Hochäcker 2023 – autorità, non potenza

Eccezionale.

Rosso rubino compatto, attraversato da riflessi scuri. Se dovessi descriverlo per immagini: un treno nero che corre a tutta velocità su rotaie incandescenti, lasciando scintille rosse dietro di sé.

Questo è un Blaufränkisch che prende molto sul serio il proprio ruolo. Tre registri perfettamente coerenti dal naso al finale:

Al palato è succoso ma affilato, lineare come un fascio di luce. L’acidità spinge in avanti le note più calde e speziate, senza mai farle collassare. I tannini sono potenti, sabbiosi, concentrati sulle gengive centrali: si sentono, eccome se si sentono.

Il finale è un fuoco d’artificio di spezie, lungo, persistente, ma – ed è qui il punto – non è un vino di potenza. È un vino di autorità. Non ti sovrasta con il volume, ti convince con la postura. Si percepisce che potrebbe diventare molto di più nei prossimi cinque anni. Un vino sicuro di sè.

Blaufränkisch Ried Dürrau 2022 – promessa non mantenuta

Qui, lo ammetto, sono rimasto spiazzato.

Violaceo intenso nel colore. Il naso è bellissimo: legno vecchio, ciliegia, ginepro, corteccia bruciata, cioccolato.

Poi il sorso non mantiene la tensione promessa. Il frutto è meno concentrato del previsto, tende al verde, all’indefinito. Non è un cattivo vino – tutt’altro – ma manca di compostezza e forza. Ci sono mirtilli, ribes, prugna, pepe, peperoncino, fumo. I profili non mancano, ma non si organizzano in una struttura convincente.

L’acidità è presente ma non traina. I tannini sono medi, polverosi, distribuiti in bocca in modo ampio ma non incisivo. Con il filetto di manzo a cui lo ho abbinato è emerso il frutto e il finale sapido e secco ha funzionato. Ma rispetto all’Hochäcker ho sentito la mancanza di quella impetuosità controllata, di quella direzione chiara.

Grüner Veltliner Reserve 2021 – grande idea, architettura fragile

Il naso è ampio: vaniglia, crema pasticcera, fiori di prato, frutta tropicale matura. Si percepisce la scelta del legno nuovo, si percepisce l’ambizione. E il sorso è quasi pieno, rotondo, con un’acidità malica che prima si nasconde e poi riemerge a metà corsa, ricordandoti che stai bevendo un Grüner Veltliner.

Il problema non è la qualità dell’esecuzione tecnica. Il legno è dosato bene. L’acidità c’è. La salinità nel finale è interessante, quasi trascinante. Il finale dura una quindicina di secondi, con scorza d’arancia amara e mandorla.

Il problema è l’unità.

C’è una morbidezza data dal legno sotto cui si agitano note lunghe, verdi, un po’ disordinate. Vitali ma scollegate. Il frutto non è abbastanza definito per sostenere un progetto così ambizioso. Sembra quasi un vino costruito per la barrique più che una barrique messa al servizio del vino.

Eppure, non posso dire di non averlo apprezzato. La salinità finale, le leggere note fenoliche, quella sensazione quasi da Friulano austriaco… qualcosa di affascinante c’è. Solo che l’architettura non regge fino in fondo.

Con il merluzzo a cui l’ho abbinato (purtroppo poco saporito) non ha trovato grande dialogo. Ma il vino resta interessante, anche nei suoi squilibri.

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