Ogni anno, selezioni alcune bottiglie speciali da mettere da parte, in attesa che il loro bouquet e il loro carattere si sviluppino pienamente. È un piccolo rituale per rimanere in contatto con il concetto di tempo, che tanto bene può fare al vino. Aprire una di queste bottiglie dopo almeno due anni è sempre un momento speciale, un’occasione per confrontare la sua evoluzione con il suo stato originale e per cogliere le trasformazioni che il tempo ha operato. Spesso, sono proprio le bottiglie considerate premium nel catalogo di un produttore, a essere scelte per questo trattamento speciale.

Vini Roncus

Dopo un’ottima esperienza con la Malvasia presso un celebre ristorante del Collio, ho deciso di esplorare ulteriormente i prodotti della cantina Roncus. Attratto dai profumi invitanti e dal carattere distintivo della Malvasia, ho acquistato sei bottiglie circa due anni fa. Tuttavia, devo ammettere che gli acquisti non hanno suscitato lo stesso entusiasmo. Pur essendo vini di buona qualità, non hanno raggiunto le vette di eccellenza che mi aspettavo. In ogni caso, ho deciso di mettere da parte una bottiglia del loro Vecchie Vigne Bianco, nella speranza che con il tempo riuscisse a rivelare tutto il suo potenziale.

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Sintetizzando la mia esperienza con i vini Roncus:

In generale, temo che i metodi di affinamento, alcune macerazioni (seppure brevi) e una certa mancanza di complessità aromatica abbiano penalizzato questi vini, che sono comunque buoni.

Vecchie Vigne Bianco: cosa funziona e cosa no

Il Vecchie Vigne è un vino bianco della Denominazione di Origine Controllata – Collio, prodotto dai vigneti collinari di Capriva del Friuli, in provincia di Gorizia. Questo vino rappresenta una combinazione di tre vitigni autoctoni: Malvasia Istriana al 60%, Friulano al 30% e Ribolla Gialla al 10%. Le viti crescono su terreno marnoso.

La produzione del Vecchie Vigne segue metodi biologici, con vendemmia manuale a fine settembre. Dopo una breve macerazione di 4 ore, le uve vengono pigiate e sottoposte a pulizia statica a freddo. La fermentazione avviene spontaneamente con lieviti indigeni a 22°C, seguita da una fermentazione malolattica completa.

Dopo un anno di affinamento in botti di rovere da 20 hl, il vino riposa in acciaio sui propri lieviti per 22 mesi. Viene imbottigliato senza filtrazione sterile e messo in bottiglia in estate, a distanza di tre anni dalla vendemmia.

Vecchie Vigne Bianco del 2017 è stato bevuto in abbinamento con una pasta allo scoglio sette anni dopo l’annata della vendemmia. Presenta un colore giallo dorato con riflessi verdi. Al naso si percepisce la potenza aromatica, accompagnata da una varietà di profili che suggeriscono un carattere complesso. Il corpo del vino è fantastico, tessuto in modo stretto e supportato da una buona acidità, che lo rende denso e in grado di riempire gli spazi con gusto. Al palato emergono note di pasticciotto al limone, vaniglia e albicocca essiccata, arricchite da un legno presente ma elegantemente integrato. Durante tutto il sorso, si avverte una nota di marcio, fatta, che conferisce al vino un’energia decadente. Il finale è eccellente, con un’ottima sapidità arricchita da polifenoli, e le erbe aromatiche della Malvasia chiudono il sorso con eleganza.

Tuttavia, nonostante le sue qualità, il vino sembra ancora soffrire di una mancanza di concentrazione e dinamicità nel frutto, una caratteristica che ho riscontrato anche nei vini citati sopra. L’abbinamento con la pasta allo scoglio non è stato ottimale, poiché l’acidità del vino e il piccante del piatto hanno competuto tra loro piuttosto che armonizzarsi.

Inaspettate bottiglie di Roncus le ho trovate da Severino a Padova.

Il significato di Vecchie Vigne

Una caratteristica dei vini di Roncus che va riconosciuta e che purtroppo non è così comune è la trasparenza in etichetta. Il retro della bottilia infatti riporta le percentuali del blend, dove si trovano le vigne e la loro età, come sono state vendemmiate le uve, come è stato vinificato il vino e caratteristiche tecniche che trovo sempre più attraenti come: concentrazione di acido acetico e malico, la solforosa totale, acditià e zuccheri per litro, pH.

Che ben di Dio!

Chiaro, come per il grado alcolico talvolta i dati in etichetta sono approssimativi (spesso il palato è un miglior indicatore del grado alcolico rispetto a quanto si legge in etichetta), ma trovo questo sforzo di trasparenza davvero lodevole. Tuttavia è stata la definizione vecchie vigne a lasciarmi perplesso.

Il termine vieilles vignes è ovviamente francese e indica i vini prodotti da vitigni di non recente impianto. L’idea alla base di questo, non strettamente codificato, appellativo è che vigne più vecchie hanno radici più profonde, che quindi hanno migliore accesso ai nutrienti del suolo e producono vini che rispecchiano maggiormente il proprio terroir. Inoltre, vigne più vecchie producono meno grappoli ma di miglior qualità, formando la base per vini più complessi e profondi.

I francesi, da sempre più avanti di tutti quando si parla di vino, non solo hanno riconosciuto in fretta il potenziale delle vecchie vigne, ma hanno anche trasformato questa dicitura in uno strumento di marketing, come nel caso del Pinot Blanc Vieilles Vignes di Meyer-Fonné.

Io sono assolutamente d’accordo, nel senso che, fatto salvo il Pinot Blanc di Prieler asaggiato ad un Calice di Burgenland a Vienna 2024, ho sempre trovato i vini prodotti da vecchie vigne più attraenti di quelli derivanti da vigne giovani. Però bisogna capire bene la causalità qui: sono le vigne vecchie che danno un buon vino oppure le vigne vecchie sono piantate in terreni particolarmente vocati e che quindi danno vita a bei prodotti? Sono le vigne vecchie che danno un buon vino oppure è il produttore che, astutamente ma non necessariemente in malafede, aggiunge questo certificato di qualità ai suoi vini migliori?

E soprattutto, quanti anni devono avere le vigne per essere considerate “vecchie”?

Nel caso del Vecchie Vigne Bianco di Roncus, le vigne hanno quarant’anni. Io ne ho trentacinque, e tra cinque anni non intendo certo definirmi “vecchio”. Se applichiamo alle vigne i parametri usati per la nostra età anagrafica, dobbiamo ripensare questo concetto.

Una soluzione ci sarebbe, ed è quella adottata dal bravo Ferdinando Zanusso già citato nell’articolo sullo Zabura di Skok, che ha chiamato la sua Malvasia “Vigna 80 Anni”: non si chiede l’età alle signore, ma lo si può fare alle viti. Anche perché l’alternativa è chiamarle, maleducatamente, “vecchie”. Nei tanti casi però in cui il produttore preferirà usare la dicitura generica in luogo dell’età delle viti, vale sempre la pena di sbirciare oltre l’etichetta, perché spesso la vigna vecchia è solo “matura”.

Un esempio di vigne davvero vecchie è il Geyserville Zinfandel di Ridge Vineyards.

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