Ci sono degustazioni tematiche, verticali, eventi iper-specialistici. E poi ci sono giornate come questa, in cui ti trovi davanti a un’Italia intera compressa in una sala d’hotel a Vienna. Dal Nord al Sud senza soluzione di continuità: Amarone, Soave, Taurasi, Brunello, Etna, Barbaresco. Nomi che pesano, denominazioni che evocano storie, territori che hanno costruito reputazioni globali.

Selezione Italia XXXI è stata soprattutto questo: la dimostrazione di quanto sia affascinante – e tutt’altro che scontato – mettere insieme un mosaico completo del vino italiano. Perché quando hai nel bicchiere un Amarone subito dopo un Nerello Mascalese dell’Etna o un Brunello giovane e scalpitante, capisci davvero cosa significa parlare di “Italia” al singolare. Non è un concetto, è un contrasto continuo. Ed è proprio lì che sta il divertimento.

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Gli Espositori

Dietro a ogni banco di degustazione c’è molto più di una bottiglia e un roll-up. All’opera si trova una persona – spesso due – che per ore ripete, racconta, ascolta, versa, osserva. E che deve farlo con lucidità, energia e una certa elasticità mentale.

Perché non sai mai chi hai davanti.

C’è l’importatore esperto che vuole dettagli tecnici, il ristoratore che pensa già al prezzo in carta. E c’è anche chi passa per caso e si innamora di un vino che non conosceva nemmeno cinque minuti prima.

È qui che entra in gioco il format di Selezione Italia.

Selezione Italia, ormai realtà consolidata a Vienna, funziona come piattaforma di incontro tra produttori italiani e mercato austriaco. Non è una fiera dispersiva, nè un evento da migliaia di persone. È un contesto rivolto al pubblico specializzato, dove il contatto è diretto. I produttori (o i loro rappresentanti) sono lì, al banco, senza filtri. Si versa, si parla, si contratta, si costruiscono relazioni.

Ed è proprio questo il punto.

Per i produttori medio-piccoli è un’occasione preziosa: non solo per vendere, ma per posizionarsi e capire come viene percepito il proprio vino fuori dall’Italia. Ma anche per testare reazioni reali, non mediate da punteggi o classifiche.

Per il mercato locale – importatori, sommelier, ristoratori – è una scorciatoia intelligente: in poche ore puoi attraversare l’Italia intera, confrontare stili, scoprire realtà emergenti accanto a nomi già noti.

E poi c’è un aspetto meno visibile ma fondamentale: il lavoro di chi organizza. Mettere insieme aziende diverse per dimensioni, regioni e stili, creare un flusso coerente, attrarre il pubblico giusto. Non è banale (ne abbiamo parlato qui con Christian Bauer, l’organizzatore). È un equilibrio delicato tra selezione, reputazione e logistica.

Ma alla fine, per quanto l’organizzazione possa essere impeccabile, per quanto il rappresentante possa essere preparato, resta sempre la stessa base: dopo i primi minuti di conversazione, è il vino a fare il lavoro più importante.

I Vini di Selezione Italia XXXI

Corte Cavedini ha aperto le danze con un Amarone 2021 che sorprende per misura. Niente caricature iperconcentrate: la frutta surmatura è presente ma contenuta, spostata più sulla prugna che sui registri terziari marcati. Il corpo è relativamente agile per la tipologia, ma la profondità aromatica non manca. Un Amarone che sceglie la freschezza e la definizione invece dell’eccesso.

Cantine del Notaio, con La Firma Aglianico del Vulture, ha proposto un rosso giocato su more mature e sandalo, con un tannino elegante e granulare che avvolge senza mordere. Non esplosivo nel frutto, ma lungo e coerente. Un Aglianico più riflessivo che muscolare.

Suavia ha mostrato coerenza stilistica su tre vini diversi. Il Soave Classico, floreale e agile, quasi da Muskateller, punta sulla bevibilità con un leggero richiamo mielato. Il Monte Carbonare alza il tono: più profondo, più vulcanico, più serio. Il Massifitti, infine, è il più intenso del trio, succoso e concentrato, quasi un Soave Classico portato all’estremo in termini di energia e materia.

Villa Matilde ha offerto una panoramica campana completa. Il Greco di Tufo Daltavilla è fresco ma maturo, con albicocca e una chiusura amarognola e salina ben centrata. Il Taurasi Petrafusa sale di livello per compattezza e profondità: piccoli frutti neri, una nota quasi di soia e un’acidità che sostiene con decisione. La Falanghina Roccaleoni, invece, è parsa più vegetale e leggermente compressa (anche per via del servizio), meno armonica rispetto agli altri due.

Podere Giardino è stato probabilmente la realtà più sorprendente della giornata. Il Le Tracce Rosso di Montalcino 2023 è risultato quasi toccante per intensità di frutto: ciliegia matura, pelle, tannini generosi e un calore avvolgente che lo rende “eternamente toscano”. Il Brunello 2021, più evoluto e giocato su grafite, liquirizia e tabacco, è parso meno denso nel frutto. Il Brunello 2020 invece ritrova slancio: amarena, sandalo, una nota quasi di tè e soprattutto un finale mentolato molto rinfrescante. La Riserva 2019 è il fratello maggiore, compatto e pensoso, con cacao e una struttura importante. Chiude Lamoni 2020, un Supertuscan che cerca di smussare gli angoli, con una traccia vegetale (quasi peperone) e buona profondità, ma meno esplosivo di quanto la categoria farebbe pensare. Una piccola azienda capace di competere ad alto livello.

Branko con il Capo 2024 non ha convinto del tutto: leggermente floreale, pesca bianca, ma con una certa piattezza che non rende giustizia al potenziale del Collio. Un vino corretto, ma non memorabile.

Zorzon, con il Friulano 2024, ha fatto meglio: erbe officinali, pesca matura, ribes bianco e quella classica chiusura ammandorlata che dà identità. Un filo dolcino nel corpo medio-pieno, ma sostenuto da un’acidità che mantiene il sorso teso. Non trascinante, ma centrato.

Ernesto Ruffo ha riportato l’Amarone su binari tradizionali con il 2013: datteri, uvetta, cacao, caramella alle more, foglie marce. Un approccio classico, quasi nostalgico, con una dolcezza evidente e un’impronta volutamente fedele allo stile storico della denominazione.

Le Casematte ha mostrato quanto la Sicilia – e in particolare il versante etneo e messinese – stia costruendo un’identità sempre più riconoscibile. Il Peloro Rosso è profondo e succoso, con fragolina selvatica, violetta, tannini angolari ma precisi, grande tensione e freschezza: uno dei vini più completi e affascinanti tra quelli assaggiati. Il Faro, più rotondo essendo un blend, mantiene frutto rosso succoso e buona lunghezza, ma perde un po’ della verticalità del Peloro.

Tenute Bosco ha portato una triade etnea interessante. L’Etna Bianco 2024 è denso nel bouquet, vegetale, mandorlato, quasi ricorda un Assyrtiko, teso e vibrante nel sorso. L’Etna Rosato 2021 sorprende per un naso inizialmente chiuso che poi si apre su una curiosa caramella al caffè, con corpo più denso del previsto. L’Etna Rosso 2022 è elegante e floreale, con note di cranberry e tannini fini, ma leggermente timido nella struttura.

Donnafugata, con Mille e Una Notte, ha giocato la carta della setosità e della ricchezza: mora, fragola, spezie, struttura ampia e stratificata. Un vino che sembra ancora in evoluzione, ma che conferma la cifra stilistica levigata della casa.

Boffa, infine, ha chiuso con due Barbaresco molto diversi tra loro ma accomunati da eleganza e austerità. Il Pajè è leggero nel corpo ma lungo e sapido, con mirtilli, prugna e tannini ancora potenti; quasi giocoso nella sua finezza. L’Ovello è più serio e profondo: asfalto, terra bruciata, fumo, maggiore struttura e tannini astringenti che richiedono tempo. Due volti del Nebbiolo, entrambi ancora in fase di costruzione.

Cosa mi ha colpito a Selezione Italia XXXI

Selezione Italia ha spesso ospitato anche vini sardi. Se ti piace la scoperta invece, il Limniona greco può fare al caso tuo.

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