La mia prima impressione del Monte della Guardia di Marco Sara, durante la visita in cantina, era stata ottima. Infatti scrivendone nell’articolo dicevo:
Per me, è emerso come il re della giornata. Al naso, si distingue per la freschezza del limone, ma in bocca l’influenza della malolattica, del legno e del Picolit conferiscono al vino una complessità sorprendente. Emergono note di pesca gialla, matura e avvolgente, accompagnate da accenni di miele. Il finale è lungo e soddisfacente, sostenuto da un’ottima acidità. Questo vino promette grandi cose.
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Tuttavia, avendo avuto una leggera delusione col suo Schiopettino che invece aveva ben figurato in cantina, temevo un po’ l’apertura di questa bottiglia.
Lo stile del Monte della Guardia
Il Monte della Guardia di Marco Sara è un blend composto all’80% da Friulano e al 20% da Picolit, anche se il produttore stesso lo considera un “work in progress”. Marco ha scelto il Picolit per la sua capacità di apportare una vibrante acidità, aggiungendo profondità e complessità all’uvaggio. La materia prima proviene dal cru omonimo, un vigneto su cui il produttore punta fortemente e per cui ha scelto una vinificazione alla francese: affinamento in legno e malolattica, per creare un vino strutturato e ambizioso, che abbia anche e soprattutto il pregio di far emergere le qualità del cru.
Monte della Guardia mi è parso il vino piu amato da Marco Sara, “er progettone”. I vigneto, che ho visitato con lui, si sviluppano su terrazzamenti con ottima esposizione e godono della ponca, il terreno tipico dei Colli Orientali del Friuli e del Collio, che unisce marne e arenarie, capace di donare ai vini una profondità e un’affilatura fuori dal comune. Purtroppo ho notato che ci sono altri toponimi omonimi, alcuni dei quali credo ospitino anche viti e relativi vini, e questo immagino non faciliterà la penetrazione del prodotto. Inoltre, non conosco altri produttori che, pur avendo i vigneti vicino a quelli di Marco Sara, chiamino così i loro vini. E’ una scommessa, e l’augurio è che verrà vinta.
Monte della Guardia di Marco Sara – Recensione
Il Monte della Guardia Bianco 2020 di Marco Sara è senza dubbio un vino ambizioso come dicevamo, che cerca di esprimere il massimo potenziale del cru e delle varietà utilizzate. Alla vista si presenta con un bel giallo paglierino. Il naso è ampio e complesso, con aromi di bucce di lime e pompelmo rosa, fiori bianchi e una sottile tostatura del legno che aggiunge profondità.
Al palato, però, si avverte un leggero squilibrio: il corpo, reso avvolgente dalla malolattica, risulta talvolta eccessivamente alcolico. La concentrazione del frutto non riesce a bilanciare completamente questa alcolicità, lasciando che siano le note di legno a dominare. Tuttavia, l’acidità è notevole e conferisce freschezza, mentre il finale è lungo e vivace, con un brio citrino che lascia una piacevole salinità e una sapidità prolungata sulle labbra.
È un vino molto molto buono (lo confermo!), frutto di un grande sforzo nel far emergere le caratteristiche del Monte della Guardia, ma forse una vinificazione meno influenzata dal legno avrebbe permesso di valorizzare maggiormente quel profilo tagliente e vibrante che appare nel finale, e che rappresenta la parte più affascinante del vino. L’abbinamento con la pasta ai frutti di mare non è stato ideale: il vino, inizialmente tagliente, si è ammorbidito troppo al palato, risultando un po’ dolciastro e sfociando addirittura nel “freschin”, non riuscendo a esaltare i sapori marini del piatto.
La mia critica qui (come anche per il Galea de I Clivi) è quindi questa: la vinificazione ambiziosa, con legno e malolattica, sembra aver sovrapposto il timbro del produttore alla qualità delle uve. In un vino che dovrebbe esaltare il cru, mi aspetterei che l’identità del Monte della Guardia sia messa in primo piano, lasciando parlare il terroir più che le tecniche di cantina.
Detto ciò, va riconosciuta la materia prima eccellente: il vigneto è straordinario, e anno dopo anno il vino sta evolvendo, sia in cantina con gli esperimenti di Marco Sara, sia – spero – in bottiglia. Proprio per questo sono curioso di aprire tra uno o due anni un’altro esemplare della stessa annata. Con il legno maggiormente integrato, forse avremo belle sorprese. In ogni caso, già così ci troviamo di fronte a un vino di grande valore, che molto bene bilancia corpo e affilatezza.
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