Ho due problemi con i vini naturali, e nessuno dei due riguarda direttamente i vini.

Il primo è la posa di chi li produce, spesso altezzosa verso chi non segue il loro metodo. Usi lieviti selezionati? Il tuo vino è morto. Non sei biologico al cento per cento? Odi la natura. Anidride solforosa? Imbrogli il consumatore. Siamo a livelli di setta, e di falsità generalizzate: perché se è vero che alcune pratiche rese dogma dai produttori naturali sono quelle che rispettano maggiormente la terra e permettono vini legati al terroir piuttosto che alla tecnica enologica, è pur sempre vero che la realtà economica e geografica di tanti produttori non permette vini completamente naturali. Non per questo le loro bottiglie sono disoneste, anzi: spesso l’intelligenza della tecnica permette prodotti di grande valore, che usano l’enologia come catalizzatore, non come steroidi.

Newsletter

Solo i vini migliori,
nessun voto noioso

Newsletter Form (#5)

🍷 Nur großartige Weine, keine langweiligen Punkte

Erhalte alle Eindrücke zu den verkosteten Weinen und meinen Lieblingswein der Woche – einfach zur Mailingliste anmelden.


Mi colpisce anche l’essersi appropriati dell’aggettivo naturale. Come se il vino che non rispetta un certo canone fosse artificiale. No, è sempre vino, non polistirolo. Certo, esistono grandi produttori che sfornano bottiglie copiaincolla come merendine. Ma ne esistono anche tanti altri di piccole-medie dimensioni che trovano il giusto equilibrio tra espressione del vigneto, buone pratiche in cantina e sostenibilità economica.

Il secondo problema riguarda quei produttori medio-grandi che aprono una linea biologica, orange, naturale, e via dicendo. Queste aziende hanno visto un potenziale nella nicchia e vogliono sfruttarlo, il che è lecito. Ma la bellezza dell’approccio naturale sta nel suo integralismo, nel non concedere nulla alla tecnica tradizionale. I vini o sono naturali o non lo sono, e lo stesso vale per i vignaioli. Aprire una linea che vada a pescare in quel settore è una tattica commerciale, e la sua parzialità tradisce il senso stesso del prodotto che si vuole creare.

Questi due punti non si contraddicono. Apprezzo la ferocia di chi fa vini naturali, ne amo l’ideologica chiusura, la certezza che quella sia l’unica strada giusta. Evviva i talebani! Ma non sopporto il dito puntato verso chi fa diversamente, e spesso quel dito appartiene a rivenditori e proprietari di enoteche indie che parlano per partito preso, non per esperienza diretta delle vigne.

I miei problemi con i vini naturali, in effetti, non sono con i vini: quelli spesso mi piacciono. Certo, ci sono i succhetti aciduli imbevibili, e ce ne sono parecchi. Ci sono i difettati per scelta, o così si dice a bottiglia chiusa. Ci sono calici di aceto spacciati per delizia. Ma ci sono anche vini gloriosi, espressioni affascinanti del terroir, bottiglie che non dimentico. Qui elenco questi ultimi, i casi positivi. Una lista che tengo aggiornata e che ogni tanto rileggo per ricordarmi del bello e del bellissimo di questa categoria, magari quando qualcuno prova a rifilarmi un Riesling ossidato alla morte.

In questo articolo

  • Friuli e Brda: dove tutto è cominciato
  • La Stiria e il Burgenland: l’isolazionismo eccentrico degli austriaci
  • La Francia: iconoclasti che sanno quello che fanno
  • La Sicilia e l’Etna: il naturalismo vulcanico
  • Il Friuli di confine: produttori meno noti
  • Qualche nota per orientarsi
  • Friuli e Brda: Dove Tutto è Cominciato

    Se c’è un luogo che ha deciso le sorti dell’orange wine moderno, è quello splendido gruppo di colline al confine tra Italia e Slovenia che cambia nome a seconda di che parte del confine ti trovi: Collio in italiano, Brda in sloveno. La Ribolla Gialla, vitigno autoctono a pelle spessa e acidità alta, era già macerata per necessità prima che farlo diventasse un manifesto. Joško Gravner e Stanko Radikon, a Oslavia, negli anni Novanta hanno ripreso quella tradizione non come nostalgia ma come risposta a una domanda tecnica: perché i vini che facciamo non assomigliano all’uva che abbiamo? Gravner è arrivato alle anfore georgiane interrate, alla macerazione di mesi, a sei anni in grandi botti di legno e poi in bottiglia prima del rilascio. Radikon nel 1995 ha fatto le prime prove con macerazione prolungata, senza solfiti dal 2002. Sono diventati produttori di riferimento non perché abbiano fatto marketing, ma perché i vini hanno retto il tempo.

    Quello che trovo interessante di questa zona è che l’approccio naturale non è arrivato come ideologia esterna: è tornato come memoria. Le famiglie della Brda facevano vino così anche perché non avevano alternativa. Gravner e Radikon hanno dato forma tecnica a qualcosa che era già lì, sotterrato come un’anfora georgiana.

    I Clivi è forse il produttore che in questo momento racconta meglio il Collio non-interventista. Mario Zanusso lavora vitigni autoctoni, Friulano e Ribolla in testa, con poca solforosa e nessun legno nuovo. Il risultato sono vini verticali, talvolta taglienti, che richiedono attenzione ma restituiscono complessità.

    I Clivi – Clivi Brazan Bianco 2021 [ottimo] Il Clivi Brazan vive di acidità: è il perno attorno a cui tutto il resto ruota. Al naso ci sono anice e un accenno di petrolio che ricorda certi Riesling. In bocca il corpo è oleoso, pieno, con una salinità finale che chiama il sorso successivo. Il legno è presente ma integrato, e con un paio d’anni in cantina è sparito quasi del tutto. Lungo, amaro, soddisfacente. Con la paella ha dato corpo senza sopraffarla, con un equilibrio che non avevo previsto.

    La Stiria e il Burgenland: L’Isolazionismo Eccentrico degli Austriaci

    C’è qualcosa di coerente nel fatto che i vini naturali austriaci non abbiano mai cercato di essere glamour. La Stiria, che i locali chiamano Steiermark e che qualcuno chiama il cuore verde dell’Austria, ha produttori come Sepp Muster, Franz Strohmeier, Ewald Tscheppe di Werlitsch e Andreas Tscheppe che formano un collettivo informale, Schmecke das Leben, costruito attorno all’idea che prima viene la terra e poi il vignaiolo. Muster ha preso in mano la cantina di famiglia nel 2000 e ha cambiato tutto: viticoltura biodinamica dal 2003, lieviti indigeni, nessuna filtrazione, solfiti minimi. Il suo Erde, una macerazione di dodici mesi su Sauvignon con un poco di Chardonnay, invecchia in botti di legno Pauscha alternando fasi riduttive e ossidative ed è un prodotto cangiante e dinamico.

    Strohmeier, nell’ovest della Stiria, fa la stessa cosa su suolo di gneiss, quarzo e marl, con il Blauer Wildbacher come uva principale. La linea TLZ, Trauben Liebe und Zeit (Uva, Amore e Tempo) è senza aggiunta di solfiti. Il nome è letterale: queste bottiglie richiedono pazienza per aprirsi, ma ripagano.

    Nel Burgenland, Gernot Heinrich è un caso diverso: il passaggio ai vini naturali non è stato ideologico ma graduale, spinto dalla curiosità per ciò che succede quando si lascia fare al vino. Il suo Traminer Roter Freyheit è una delle bottiglie più sorprendenti che ho trovato in questa categoria.

    Muster-Gamlitz – Grubthal Sauvignon Blanc 2022 [molto buono] Fiammiferi, ottima acidità vivace, teso. Non ha bisogno di altro per presentarsi.

    Heinrich – Salzberg 2019 [ottimo] Rotondo ma con profondità continua: peperone rosso, foglia di pomodoro, frutti di bosco scuri. Un vino completo e lungo che non si esaurisce al primo sorso.

    Heinrich – Gabarinza 2019 [ottimo] Più chiuso del Salzberg, con cassis, cacao amaro in polvere, tabacco e una sapidità erbacea. Un corpo grande e succoso che invita.

    Heinrich – Traminer Roter Freyheit 2022 [molto buono] Zafferano, zenzero, mango candito, petali di rosa, arancia amara. Un’acidità che guida il sorso in modo secco e quasi paradossale rispetto al naso. Notevole per la categoria.

    Heinrich – Out Of The Dark Blaufränkisch 2023 [molto buono] Fresco, vivo, contemporaneo, anche nel colore pallido. Fragole, lamponi, scorza d’arancio nel finale. Tannino leggero, beva dinamica e sapidità che chiude bene il sorso. Divertente e sincero.

    La Francia: Iconoclasti che Sanno Quello che Fanno

    La Francia ha una tradizione nel vino naturale che parte da premesse diverse rispetto all’Italia o all’Austria. Nicolas Joly e la Coulée de Serrant hanno reso la biodinamica un argomento tecnico serio a partire dagli anni Ottanta, prima che diventasse moda. Il Beaujolais con Lapierre, Foillard e Guy Breton ha dimostrato che il Gamay, vitigno spesso relegato a vinello da bistrot, poteva essere qualcosa di più se veniva trattato con la macerazione carbonica, la fermentazione con grappolo intero e nessun lievito selezionato. Il Giura con Overnoy ha inventato quasi da solo il vino ossidativo senza solforosa, dimostrando che la stabilità non ha bisogno di chimica se la vigna è sana.

    Quello che distingue i migliori produttori naturali francesi è la formazione: Joly ha studiato, Overnoy ha studiato, Dard & Ribot hanno studiato. Non è provincia autodidatta. È scelta consapevole contro un sistema che conoscono dall’interno.

    Nicolas Joly – Clos de la Coulée de Serrant 2022 [eccezionale] Forse i vini naturali hanno senso soprattutto quando dolci. Caramella alcolica, zafferano, miele, toffee. Bella acidità. Rustico nel senso di ruvido e non rifinito al palato, con irregolarità che senti come la presenza del produttore nella bottiglia. Puro Chenin con quel gesso tipico, ma con una dolcezza che non ti aspetti. Indimenticabile.

    Dard & Ribot – Crozes-Hermitage Blanc 2022 [eccezionale] Un momento di rivalsa per i vini naturali. Naso ricco di miele, mela matura, qualcosa di tropicale. Il corpo è morbido e sensoriale, con un accenno di dolcezza mai fuori posto nonostante la glicerina. Lungo, ricco, dignitoso. Un esempio convincente di cosa fa la malolattica in mani giuste.

    Mouthes le Bihan – La Pie Colette Rouge 2019 [molto buono] Cassis, legno, pepe. Molto francese: non immediato, ma con un palato floreale ed erbaceo in equilibrio perfetto. Il finale al cassis chiude con classe.

    Domaine de la Tournelle – Fleur de Savagnin [ottimo] Dal Giura. Tanta vaniglia ma anche pompelmo e fiori. Succosissimo, con bella sapidità e acidità. Lascia un retrogusto amaro. In bocca il legno è integrato, retronasalmente il fumo. Tanninico, un po’ matto, coerente con l’anima selvatica del Savagnin senza ouillage.

    Claude Riffault – Les Boucauds Sancerre Blanc [molto buono] Gesso, mango, foglia di pomodoro. Un’acidità media, costante, spinosa alla lingua, rivolta verso l’esterno. Il frutto emerge retronsalmente. Finale lungo, sapido, con richiamo alla roccia. Scoppiettante in bocca.

    Le Roc des Anges – Llum 2022 [ottimo] Dal Roussillon. Una sorpresa e una scoperta. Ricorda molto un Riesling, soprattutto al naso con il petrolio e l’albicocca secca ma ancora succosa. In bocca un corpo quasi sciropposo che viene tagliato da una buona acidità. Viti vecchie, si sente quella profondità calma. Il finale ha sapidità potente e speziatura alta: pepe bianco e vaniglia cremosa dovuta al passaggio in botti usate. Un vino che ha quasi tutto. Tra le denominazioni del sud della Francia che meritano attenzione in questo senso, le Terrasses du Larzac con i vini di Domaine de l’Accent offrono un’altra prospettiva interessante sul naturalismo occitano.

    La Sicilia e l’Etna: Il Naturalismo Vulcanico

    L’Etna è diventata negli ultimi dieci anni uno dei terroir più discussi d’Europa, e parte di quella discussione riguarda i produttori che lavorano con intervento minimo su uve pre-fillossera, ad altitudini tra i 600 e i 1000 metri, su suoli vulcanici che non hanno bisogno di essere corretti perché danno già quello che serve. Frank Cornelissen è il caso più estremo: fiammingo trasferito sull’Etna nel 2001, ha costruito un approccio che non ammette correzioni, nemmeno quelle abitualmente accettate nel mondo naturale.

    Frank Cornelissen – Magma 2020 [molto buono] Mirtilli, aria di mare, geranio e acetone. Tannino molto potente attorno alle labbra, senza imbarazzi. Un prodotto che non cerca consenso. Mirtillo alla bocca, corpo che è anche leggero. Il finale soffoca un po’, i tannini sono giovani e probabilmente dureranno a lungo. Timida acidità. Una bottiglia che è un manifesto.

    Frank Cornelissen – MunJebel Rosso 2017 [molto buono] Presa folle. Pelle, selvatico, soffitta. In bocca di nuovo il selvatico con tannini grossolani e potenti. Il finale evolve su note di datteri e uvetta sultanina, con tanto succo e una lunghezza notevole. Finisce sul peperoncino. Un vino da seguire, non da giudicare in fretta.

    Palmento Costanzo – Mofete Etna Bianco [molto buono] Gelsomino, bergamotto, cenere. Naso potente e lontano dagli aromi fruttati: floreale ma ancorato a qualcosa di materico. Il corpo è splendidamente denso. Al palato ritorna l’agrume, acidità potente a tutta bocca. Concentrazione di frutto notevole e un finale di umami che permane.

    Palmento Costanzo – Mofete Etna Rosso [molto buono] Proposto come vino facile, ma è quasi ingeneroso: ottima intensità di frutto, prugna e fragola selvatica polposa, tannino gioioso. Limpido, con picchi di sapore e struttura. Un bel bere, senza complicazioni.

    Il Friuli di Confine: Produttori Meno Noti

    Pinat – Ognicost 2018 [molto buono] Verduzzo vinificato non dolce. Frutta secca, cannella, fiori secchi. Acidità che emerge sul lungo, titillante sotto la lingua. Austero e dal naso impegnativo. Con qualche grado di temperatura in più avrebbe forse liberato più aromi. Un vino che richiede delle attenzioni per essere bevuto al meglio.

    MarcoSara – Monte della Guardia Bianco [ottimo] Freschezza di limone al naso, poi in bocca la malolattica e il legno rimescolano tutto: pesca gialla, miele. Finale lungo, ottima acidità. Uno di quelli che non vedi l’ora di riprovare.

    Movia – Vigna Dol Malval [eccezionale] Una Malvasia eccezionale perché ha un corpo rotondo e pieno, con al centro un’acidità tagliente e metallica che gli dà coerenza tesa. Al naso fiori gialli, salmastro, una nota di roccia tipica del Collio/Brda. I sapori sono quelli del frutteto e del fiore. Non è una Malvasia rivoluzionaria nello stile, ma la struttura potente e bilanciata le dà un vantaggio. Il finale lungo, con nota di mandorla amara e agrume, ricorda i migliori Friulano.

    Qualche Nota per Orientarsi

    I vini naturali costano spesso di più non perché siano migliori, ma perché vengono prodotti in piccole quantità da chi non scala il processo industriale. Una bottiglia di Muster o di Gravner non è un acquisto d’impulso: è una decisione da prendere sapendo cosa si cerca. I prezzi variano enormemente: si va dai quindici euro del Palmento Costanzo Mofete ai centoventi di Gravner, con la maggior parte dei produttori qui citati in una fascia tra i venti e i cinquanta euro nei mercati europei. A quella fascia, quasi tutto quello che ho citato vale il prezzo, specialmente Heinrich e I Clivi, che rimangono tra le proposte più intelligenti e sottovalutate di questa lista.


    Questa lista viene aggiornata. Se hai bevuto qualcosa che pensi meriti di starci, scrivimi.

    Newsletter

    Solo i vini migliori,
    nessun voto noioso

    Newsletter Form (#5)

    🍷 Nur großartige Weine, keine langweiligen Punkte

    Erhalte alle Eindrücke zu den verkosteten Weinen und meinen Lieblingswein der Woche – einfach zur Mailingliste anmelden.