Si sa che il Syrah del Nuovo Mondo ha poco a che fare con quella di Saint-Joseph e con quella europea in generale. Ma è proprio partendo da questa distanza che può iniziare un viaggio. After Eight Shiraz di Stellenrust, annata 2020, non sarà forse la destinazione finale, ma è una tappa di quelle che fanno venire voglia di continuare.

Il nome fa sorridere. After Eight: le otto di sera o del mattino? Spero di sera per chi assaggia, ma penso si possa iniziare anche al mattino con questo vino, che non è leggero ma goloso. L’etichetta è minimale – una damigiana appoggiata su un tavolo, pare una foto d’epoca o la base per un quadro di Magritte.

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Acquistato da Wein & Co, negozio austriaco dove di Nuovo Mondo (e non solo) se ne intendono, questa Shiraz si rivela molto più sfaccettata di quanto ci si aspetti. Ma chi fa l’After Eight Shiraz di Stellenrust?

L’azienda Stellenrust

Se Stellenbosch è il cuore vitivinicolo del Sudafrica, Stellenrust è una delle sue arterie principali. Fondata nel 1928, questa cantina a conduzione familiare si estende su oltre 400 ettari tra il Golden Triangle – terra di rossi intensi – e le Bottelary Hills, dove l’altitudine e la brezza oceanica regalano eleganza e freschezza anche ai bianchi. Ma la vera svolta arriva nel 2005, quando i fratelli Kobie van der Westhuizen e Tertius Boshoff, dopo aver studiato rispettivamente contabilità e odontoiatria (regola familiare vuole che si impari prima un mestiere “vero”), decidono di prendere in mano l’azienda. Da lì, Stellenrust non solo cresce, ma comincia ad alzare l’asticella qualitativa nel panorama sudafricano, dal Chenin Blanc ai Shiraz, fino ai metodo classico.

Parallelamente, la cantina non perde di vista il suo impegno sociale: circa vent’anni fa, un quarto dei vigneti è stato ceduto ai lavoratori storici, diventati azionisti e produttori a loro volta. Un modello che fonde produzione, responsabilità e comunità – e che racconta un Sudafrica che guarda avanti. Nel frattempo, Kobie si è dedicato alla vigna e Tertius alla cantina, ma entrambi girano il mondo per spiegare i loro vini. Perché Stellenrust è anche comunicazione: racconta terroir, identità, artigianalità e ambizione. In etichetta, magari, ma anche in ogni calice.

Per i momenti di libertà creativa, però, c’è ArtiSons, la loro linea “alternativa” (di cui l’After Eight fa parte), che rompe gli schemi di Stellenbosch e si concede strappi alle regole. Qui, Shiraz e Cabernet Sauvignon diventano materia astratta, le vinificazioni si fanno più audaci e si esplorano territori e stili fuori dal repertorio canonico. Il tutto con la stessa cura e lo stesso spirito di ricerca che anima anche i loro vini più classici. Come dire: se Stellenrust è arte in bottiglia, ArtiSons è arte astratta.

After Eight Shiraz di Stellenrust: Assaggio

L’ingresso in bocca è morbido, quasi piacione. Il vino si presenta con note avvolgenti di frutta cotta e cacao, in uno stile che sembra ammiccare a chi cerca conforto più che tensione. Ma il sorso tradisce: quello che sembrava un vino da salotto, curvy e confortevole, cambia improvvisamente rotta. L’acidità prende il sopravvento, sale la spezia (pepe nero, e tanto), i tannini – medi ma sabbiosi – stringono le gengive con decisione. È una salita guidata da acidità e speziatura fino ad un picco di rigore e verticalità.

Il finale? Lungo, deciso, fresco. Torna la menta, compare la liquirizia, resta il pepe. Il tutto su labbra ancora segnate da un’acidità che non molla e che, anzi, invoglia a un altro sorso. È un vino che evolve nel bicchiere, si fa più buono con il tempo che passa. Estremamente soddisfacente, crea dipendenza.

Peccato solo per il piatto a cui l’ho colpevolmente abbinato: i tacos hanno chiesto silenziosamente un’altra bevanda.

Come nel caso dell’articolo sullo Champagne di Colette e Gaston, anche qui non si parla della migliore Shiraz del Nuovo Mondo. Ma di una bottiglia che ci si può permettere, che stimola, che incuriosisce e che – soprattutto – non scade mai nel banale.

After Eight Shiraz è un rosso che racconta la complessità di Stellenbosch senza cadere nel cliché. Non un blockbuster, non un vino da like su Instagram, ma un rosso sanguigno e mutevole, che richiede attenzione e ripaga chi gliela dedica. Uno Shiraz che, pur distante anni luce dai paradigmi del Rodano nord, riesce a costruirsi una sua identità – e se vi siete mai chiesti cos’è la Shiraz e perché non è la stessa cosa della Syrah, questo è esattamente il tipo di vino che rende la domanda interessante. E lo fa con eleganza.

Anche solo per questo vale l’assaggio.

Prezzo: 24 euro. Un ottimo affare.

Molto buono è il Seaweed Shiraz di Spier assaggiato a Pordenone.

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