Quando pensiamo al Piemonte, la mente corre ai grandi rossi: Barolo e Barbaresco. E poi ai loro scudieri: Barbera e Dolcetto. Sempre più sovente però, sono anche i bianchi a fare capolino: Timorasso, Arneis e Cortese. Grazie ad eventi come Barolo & Friends mi sono fatto un’idea abbastanza precisa di questa categoria e, a mio avviso, il miglior bianco piemontese è il Timorasso.
Storia e geografia del Timorasso
Il Timorasso è un’uva che racconta il Piemonte dalla prospettiva dei Colli Tortonesi, nell’estremo sud-est della regione, quasi a toccare Lombardia e Liguria. Qui, tra dolci ondulazioni e marne calcaree, la vite ha sempre trovato un habitat ideale.
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La sua storia è antica: le prime citazioni risalgono all’Ottocento, quando il Timorasso era considerato una delle varietà più pregiate per la produzione di vini bianchi strutturati. Era apprezzato tanto per la sua capacità di maturare bene quanto per la sua attitudine a dare vini longevi, caratteristica rara all’epoca per un’uva a bacca bianca.
Tuttavia, il Novecento non fu gentile col Timorasso. Dopo la fillossera, questa variet’ fu progressivamente sostituita da altre più produttive e facili da coltivare, come il Cortese, meglio adatte alle esigenze di mercato e alla viticoltura di resa elevata. La Seconda guerra mondiale e l’abbandono delle campagne fecero il resto: negli anni ’70 il Timorasso era a un passo dall’estinzione.
La rinascita arrivò negli anni ’80, quando Walter Massa, viticoltore di Monleale, decise di recuperare questa varietà quasi dimenticata. Non si trattò di un’operazione nostalgica, ma di una visione chiara: riportare in vita un’uva capace di competere con i grandi bianchi internazionali, puntando sulla qualità e sulla longevità.
L’opera di Massa non fu immediata: occorsero anni di selezione massale, prove di vinificazione e un lavoro costante di persuasione verso altri produttori. A poco a poco, altri vignaioli della zona si unirono all’impresa, trasformando quello che era un esperimento in una rinascita corale.
Oggi, il Timorasso è tutelato dalla DOC Colli Tortonesi Timorasso e dalla piu recente denominazione Derthona, nome storico della zona. Il disciplinare prevede rese contenute e tempi minimi di affinamento, per garantire un vino che esprima il meglio del territorio.
Dal punto di vista geografico, la sua patria resta il Tortonese, con un mosaico di suoli che alternano marne calcaree, argille e sabbie marine, eredità di antichi fondali. È proprio questa varietà geologica, unita a un clima ventilato e non eccessivamente caldo, a conferire al Timorasso il suo inconfondibile profilo profondo e la capacità di evolvere per oltre un decennio.
Cantine, produttori e stili del Timorasso
Il nome di Walter Massa resta il punto di partenza di ogni discorso sul Timorasso, ma oggi la scena è molto più ricca. Aziende come La Colombera, Claudio Mariotto, Luigi Boveri e Oltretorrente hanno dato interpretazioni personali, mantenendo però un rispetto assoluto per l’identità varietale.
Sul fronte degli stili, il Timorasso tradizionale prevede vinificazioni in acciaio, a volte con lunghi affinamenti sulle fecce fini per esaltare struttura e complessità. Alcuni produttori, però, scelgono l’affinamento in legno grande, ottenendo vini più rotondi e morbidi, con note di vaniglia e miele che si fondono con la mineralità tipica.
Non mancano infine sperimentazioni più ardite: macerazioni sulle bucce per versioni quasi “orange”, fermentazioni spontanee e interpretazioni a basso intervento, pensate per chi ama la componente più selvatica del vitigno. Generalmente parlando, il Timorasso è un bianco di struttura, profondamente territoriale.
Timorasso Derthona di Borgogno
Ho di recente acquistato da Borgogno. Sia maledetto Farinetti, che sia in questo caso che in quello de Le Vigne di Zamò, non fa come tutti i grandi produttori (vedi Gerard Bertrand) che sono metodici nel vendere vini perfettamente in linea con la loro fascia di prezzo. No, questa proprietà ha il brutto vizio di proporre nelle diverse fasce di prezzo prodotti che dovrebbero trovarsi in una o anche due fasce inferiori (inadeguata Barbera Bompè, parlo con te). Tuttavia, almeno nel caso del Derthona, il costo e la bottiglia erano congruenti e si tratta in effetti di un vino molto molto buono.
Derthona – Borgogno – Annata 2022 – Bevuto il 27/03/2025 – Con alici ammollicate – Colore giallo paglierino
Ricorda facilmente un mare denso che luccica sotto il sole di mezzogiorno. Dove il luccichio è l’acidità titillante.
È senza dubbio un grande vino e con l’ambizione di esserlo. Incredibile che non vada in legno, perché è così denso e affascinante, evoluto come un bianco di Borgogna: qui l’elevage in cemento mi ha davvero sorpreso. Il vino è in equilibrio tra un processo di vinificazione ambizioso, il frutto del vitigno e una forte acidità. Il risultato è un vino teso e preciso.
Il naso mostra note di pesca bianca, fiori bianchi e gialli, nobile idrocarburo e scorza d’arancia. La bocca, al primo sorso, era oleosa, quasi “alla Wachau”, mentre i calici successivi sono apparsi sgonfi, senza mostrare la stessa incredibile concentrazione di frutto: strano, forse l’ossigeno ha rovinato questo vino troppo in fretta?
Le sfumature di petali di fiori bianchi e una media acidità ripiegata all’interno del frutto a metà sorso lasciano rapidamente spazio a un’onda acida potente, quasi estrema, che pizzica la lingua – come una caramella agrumata da quattro soldi.
Il finale è lungo, con una sapidità discreta e note di lime e confettura di albicocca: vivacità e opulenza, che spasso! Ha fatto emergere le note marine del pesce, in un abbinamento interessante e vincente per il piatto.
Costo: 33 euro (presso un rivenditore). Corretto.
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