Cos’è un entry-level?

Un vino entry-level si colloca immediatamente sopra la soglia minima della qualità accettabile. È pensato per offrire un’esperienza raffinata, pur rimanendo accessibile. La difficoltà risiede nel fatto che la soglia minima può variare notevolmente da caso a caso. In Italia, il costo di una bottiglia, compreso il tappo e la capsula, per il produttore può oscillare tra 0,70€ e 5,70€. Questa variabilità dipende dai materiali utilizzati, volumi acquistati e dalla distanza che questi devono percorrere per essere consegnati, fattori che da soli generano già una significativa diversità nei costi.

Nel caso dei vini italiani venduti in Italia, per garantire un margine adeguato al produttore e evitare di immettere sul mercato vini di scarsa qualità, un vino entry-level non dovrebbe costare meno di 7 euro. Superando i 15 euro, si entra già in una categoria superiore. Naturalmente, per i vini esteri, i costi di trasporto, tasse e tariffe incidono significativamente, rendendo vini simili di altre nazioni generalmente più costosi.

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Perché le cantine producono vini entry-level?

Le cantine scelgono di produrre vini entry-level per una serie di motivi, sia strategici che commerciali:

  1. Accessibilità al mercato
    Proporre vini a prezzi contenuti aiuta a intercettare un pubblico più vasto. Questo include sia chi ha un budget limitato sia chi si avvicina al vino per le prime volte.
  2. Fidelizzazione del cliente
    Questi vini diventano una sorta di biglietto da visita. Se il cliente apprezza questi vini, sarà più invogliato a scoprire le etichette di fascia superiore. Fungono insomma da amo.
  3. Volume di vendita
    Venduti in grandi quantità, i vini entry-level hanno un ruolo importante nel bilancio dell’azienda. Sono quelli che garantiscono una base stabile, bilanciando eventuali cali nelle vendite delle etichette più costose che, avendo una platea piu ristretta e stringenti criteri di qualità, sono sensibili a cali dovuti a congiunture economiche e cattive annate.
  4. Gestione delle eccedenze produttive
    Un altro vantaggio è che le cantine possono impiegare uve che non raggiungono i requisiti per i vini premium. Così si evita di sprecare risorse e si valorizza comunque l’intera produzione.

Differenza tra vino di qualità e vino raffinato

Il vino è come un paesaggio che l’appassionato osserva e ammira. Un vino scadente è come guardare quel paesaggio di notte: si vede poco e alla fine fanno male anche agli occhi. Un vino di qualità è come vederlo di giorno, ma con una leggera foschia. Riusciamo a scorgere alcuni dettagli, magari ci piace ciò che vediamo, ma i contorni talvolta restano sfumati, mescolati in un grigio indistinto.

Un vino raffinato, invece, è una giornata limpida e tersa. Il paesaggio si svela nella sua interezza, i profili sono netti, chiari, e ci mostrano non solo quello che abbiamo davanti, ma anche ciò che si estende lontano, quasi fino all’orizzonte.

Il vino raffinato ha precisione e ricchezza: tutto è al suo posto, ogni dettaglio si distingue con chiarezza. Il vino di qualità, invece, ha sicuramente delle caratteristiche attraenti, ma altre restano un po’ indietro, quasi sfocate. Ed è giusto così, non si può sempre affrontare la responsabilità di avere un grande vino nel calice. Proprio per questo, durante eventi importanti come il VieVinum, capita che, dopo una giornata intera di assaggi, sia proprio la semplicità di un vino di qualità, diretto e senza pretese, a risultare più piacevole.

Questa tipologia è anche un modo per “metterci la puntina”, per testare un vino, un produttore, o una regione senza dover subito investire in una bottiglia costosa. È un assaggio, un primo passo. È un po’ come il trailer che guardi su Netflix prima di decidere se vale la pena vedere il film. Farsi un’idea, senza troppo impegno.

Clos de los Siete – Miglior Vino Rosso Entry Level Sudamericano

Nel tempo ho acquistato diversi entry-level sudamericani, soprattutto perché il Sudamerica è una zona che conosco poco e che volevo esplorare. Certo, è un continente enorme, con mille realtà diverse, ma tra tutti vale la pena citare il Clos de los Siete. Per rapporto qualità-prezzo è quello che mi ha colpito di più: perfetto per chi vuole iniziare a scoprire questa parte del mondo e i suoi grandi rossi.

Clos de los Siete è un progetto dell’enologo francese Michel Rolland, che, durante i suoi viaggi in Argentina, insieme a Jean-Michel Arcaute, trovò una proprietà ai piedi delle Ande, a circa 1.100 metri di altitudine, nel cuore della pregiata Valle de Uco. La tenuta comprende 850 ettari di vigneti con terreni ricchi di ciottoli, argilla e sabbia, irrigati da acque provenienti dai ghiacciai montani. Il progetto si è sviluppato attorno a quattro famiglie di viticoltori bordolesi che hanno costruito quattro bodegas: Monteviejo, Cuvelier Los Andes, Bodega Diamandes e Bodega Rolland. Ogni cantina produce una propria gamma di vini, ma una parte della produzione viene dedicata ad un blend: Clos de los Siete, appunto.

Il nome “Clos de los Siete” rappresenta l’idea di un vigneto unico, unito e racchiuso (Clos in francese). Il vino è il frutto di una combinazione di:

  1. Suoli generosi: Profondi e drenanti, ideali per lo sviluppo delle radici e l’espressione del terroir.
  2. Clima favorevole: Giornate calde e notti fresche che favoriscono la concentrazione di aromi, tannini e colore.
  3. Vigne d’eccellenza: Coltivate seguendo le tecniche di un grand cru bordolese, con rese controllate e una densità di impianto di 5.500 ceppi per ettaro.
  4. Orientamento ideale: Esposizione sud/sud-ovest, che garantisce un’ottimale maturazione delle uve.

La varietà regina è il Malbec, che occupa più della metà della tenuta e dona struttura e profondità al vino. Il blend è completato da Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah, Petit Verdot e Cabernet Franc. La vinificazione avviene tramite: raccolta manuale, utilizzo di vasche in acciaio inox a temperatura controllata e affinamento in botti di rovere francese.

Clos de los Siete – Recensione

Clos de Los Siete (by Michel Rolland) – Annata 2020 – Degustato il 08/09/2024 con rump steak.

Rosso rubino carico nel bicchiere. Al naso si percepiscono ribes nero, marasca e pepe nero. Un vino pimpante e giovane, ma il bouquet offre anche interessanti note di frutti neri ben imbrigliati e gli aromi sono sempre vivaci. Al palato, il gioco continua con le note di amarena, accompagnate da una piacevole acidità che rende il sorso scorrevole e da tannini solidi, maturi e ben integrati, che avvolgono tutta la bocca.

Non un calice che cerca scorciatoie da vino “big, bold and sloppy”: evita sempre di cadere in eccessi. Tuttavia, manca un po’ di concentrazione di frutto; il corpo, a tratti, sembra un po’ debole. Il finale è coerente con il bouquet, sottolineando questa volta le note pepate e di cassis. Ha una buona persistenza, ma non è un vino che mira a rimanere, piuttosto vuole essere goduto nel momento.

Perfetto e non invadente compagno della carne: vino e piatto si sono semplicemente fatti buona compagnia.

Costo: 18€

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