La prima volta che ho assaggiato un vino della cantina MarcoSara è stato alla sempre amata enoteca Ferronato di Pordenone. Il loro ErbaAlta mi è stato presentato come un Friulano atipico, “con qualcosa in più”. Quel qualcosa in più effettivamente c’è e così ho cercato di farmi spedire dei vini a Vienna, ma non era possibile. “Toccava” una visita in cantina, che, tra vacanze e contrattempi vari, è arrivata dopo più di un anno dal primo contatto, ma ne è valsa la pena.

Il territorio

La cantina MarcoSara si trova a Savorgnano del Torre (UD), nella parte nord-occidentale dei Colli Orientali del Friuli. Con soli 800 abitanti e circa 8 cantine, Savorgnano del Torre incarna perfettamente l’anima contadina di questa DOC. Quella dei vini in damigiana “molto distante dalla sofisticata tradizione austro-ungarica del Collio” mi dice Marco Sara (è un nome e un cognome, non i nomi di due consorti). Collio che naturalmente è il punto di riferimento con cui queste terre si interfacciano.

Newsletter

Solo i vini migliori,
nessun voto noioso

Newsletter Form (#5)

🍷 Nur großartige Weine, keine langweiligen Punkte

Erhalte alle Eindrücke zu den verkosteten Weinen und meinen Lieblingswein der Woche – einfach zur Mailingliste anmelden.


Ma qui non si vede traccia né dei turisti di Cormon né di un posto che li possa eventualmente accogliere. Anche la provincia cambia, e il fascino decaduto di Gorizia lascia spazio a Udine, che si trova a meno di venti minuti da Savorgnano. Quindi colline sì, e anche nobili considerando la vicinanza con Ramandolo (e la sua osteria tanto instagrammata), ma si tratta davvero delle prime increspature sopra la pianura friulana. E proprio da qui arriva la Malvasia di MarcoSara.

“Ah! Non sapevo facessi anche Malvasia!”

“È un esperimento. Ho acquistato un po’ di grappoli da un agricoltore qua vicino e l’ho vinificata in cemento. Vediamo come va. Questa è una 2023.”

Per me va abbastanza bene, è caratterizzata da una morbidezza avvolgente e una leggera acidità, con note distintive di buccia d’arancia e fiori al naso. La sua consistenza setosa potrebbe risultare leggermente eccessiva, ma regala un finale leggermente agrumato che invita all’assaggio.

L’azienda

“Fino a vent’anni fa anche noi facevamo solo vino in damigiana, oltre al latte e altri prodotti. Come ti dicevo, qui non c’è mai stata la tradizione dell’azienda puramente vitivinicola. Poi l’industria del latte è entrata in crisi e alla morte di mio padre ho preso in mano l’azienda e abbiamo iniziato ad imbottigliare.”

Marco parla molto e trasmette la passione che ha non solo nei confronti del suo lavoro, ma anche del suo territorio. Sottolinea le peculiarità del Friulano dei Colli Orientali, evidenziando le note di Sauvignonasse, con accenti verdi che si distinguono nettamente dai fruttati Friulani di Cormons. Questa caratteristica conferisce al vino una nota vegetale forte, tipica della zona, che ne sottolinea l’origine territoriale.

Marco fa emergere le caratteristiche dei suoi otto ettari vitati (sia in collina che in pianura) nel Friulano Erba Alta, che si caratterizza per l’utilizzo di una percentuale di uva botritizzata, una pratica che potrebbe non essere unica, ma che certamente lui valorizza.

“Non avevo idea che in queste zone ci fosse la botrite.”

“Guarda, chiunque vendemmi Friulano qui la botrite la conosce – anche perché per quando l’uva matura un po’ di muffa già si forma. La sfida, fino a poco tempo fa, era convincere i vendemmiatori a non gettarla, perché pensavano fosse solo ammuffita. Ma la botrite buona la riconosci, d’altra parte qui il clima è propizio. Piove un po’ troppo ma il clima è propizio. Come ti dicevo però, la botrite è ben riconoscibile rispetto alla muffa “cattiva”, perché essicca il grappolo e talvolta la vedi anche spuntare sulla buccia. E ha il grande pregio di dare vini più rotondi e soffice rispetto ai Friulani verdi della zona.”

E infatti l’Erba Alta è un vino che esprime una densità notevole, mantenendo le caratteristiche floreali e erbacee tipiche del varietale, ma arricchito dalla presenza della botrite. Mi ha forse colpito meno della prima volta in cui lo assaggiai, ma le bottiglie acquistate diranno di più.

In vigna, MarcoSara usa pratiche biologiche.

“È difficile rimanere in linea coi dettami del biologico?”

“No, essenzialmente il biologico ti porta a piantare i vigneti più vocati per il territorio che hai. L’unico su cui si fa comunque fatica e dove sto addirittura considerando di introdurre due trattamenti sistemici è lo Schioppettino. Lì è proprio tosta, belli i vigneti autoctoni ma se li coltivi capisci perché sono stati abbandonati a lungo.”

“Perchè lo Schioppettino è molto fragile, no?”

“Sì, e dà la sua caratteristica nota speziata solo nelle annate sfortunate, il 2022 ad esempio che ha visto grandine e mille rogne ha una bellissima speziatura. Il 2023 invece, che è stata una bellissima annata, ha più frutto. E poi il suolo, lo Schioppettino ha bisogno di un suolo acido, te ne accorgi perché i migliori esemplari, anche a Prepotto, crescono in zone in cui ci sono anche felci e castagni. Perde un po’ con l’alzarsi del pH del suolo.”

La cantina

In cantina, Marco predilige l’utilizzo di acciaio e legno come strumenti per esaltare le peculiarità delle uve e preservarne l’autenticità. La sua filosofia non mira a creare vini “super”, bensì a valorizzare l’autenticità e l’identità del territorio, come anche produttori quali Skok con lo Zabura o Prieler, assaggiato a Un Calice di Burgenland a Vienna 2024.

“C’è stato un momento, venti anni fa, in cui i critici esaltavano i vini “super”. Il super White, il super Tuscan, e via dicendo. Ma non tutti i vini hanno quel profilo, soprattutto i bianchi di queste zone sono affilati, precisi, nonostante la bassa acidità. Se ne snaturi l’essenza finisci per fare una “bevanda”, che va bene, ma non è quel vino. Lo Schioppettino è un vino versatile, che i ristoratori mi dicono funziona fresco in estate e con piatti più corposi in inverno. Se lo carichi fai un’altra cosa. Ci sono anche produttori che lo portano a 15°!”

E qui mi accorgo che Marco è anche una persona elegante, perché faccio rapidamente mente locale e sparo il nome del produttore con lo Schioppettino “a cannone” e lui sorride, dandomi la soddisfazione di averci preso, senza sparlare del collega.

Di sicuro il suo Schioppettino ha un profilo ben meno sfacciato e offre un’interpretazione fresca e fedele della varietà. In questa annata, emerge poco la speziatura, mentre al naso prevalgono note di frutta fresca come melagrana, ciliegia e lamponi. Il vino si presenta rotondo e maturo, ma mantiene un’eccellente freschezza grazie a un’ottima acidità in bocca. I tannini sono discreti, e il finale è sobrio ma soddisfacente. Ancora una volta, si conferma come un autentico vino di territorio, suscitando grande attesa per le bottiglie acquistate.

Nota: a casa, in bottiglia, lo Schioppettino mi ha colpito molto meno.

Altra cosa che Marco ama poco è la macerazione.

“Secondo me noi stiamo sbagliando in Friuli con vini come ad esempio la Ribolla, che all’esterno non capiscono se sia uno spumante derivante da vitigni ad alta resa o un orange o un vino fermo. A mio avviso la Ribolla è un vino d’entrata, il resto crea confusione.”

“Io ho l’allergia per gli orange. Alcuni sono davvero interessanti, ma dopo un calice ti vien voglia di berne un altro? Di solito assolutamente no.”

“Gli orange tramite la macerazione esaltano la buccia, che a sua volta esalta il vitigno. Ma il vitigno è solo parte del vino, sono le “scuole elementari” del vino. Poi ci sono le medie e le superiori, e quelle le dà il territorio. Esaltare il vitigno è come esaltare la licenza elementare.”

Perfettamente spiegato e metafora da riutilizzare.

“Tante volte penso ci sia anche la mano dell’enologo, che cerca vini ben fatti tecnicamente ma non in linea con la materia prima.”

“Sì, poi sai, ci sono anche enologi bravi, bisogna dirlo. L’importante è essere onesti su chi ha fatto cosa, perché poi il consumatore accorto si accorge se non conosci cosa stai vendendo. Noi tra l’altro utilizziamo lieviti indigeni, che mantengono il profilo del varietale rendendo il vino meno rotondo di quelli selezionati.”

Non condivido necessariamente l’hype per i lieviti indigeni, mi sembra sia un’esaltazione del caso (e talvolta del caos), ma sicuramente Marco conosce i suoi vini meglio di chiunque altro. 

Poi la proposta che ha reso questa bella visita davvero memorabile: “Se volete comunque vi porto a vedere un vigneto che sto rinnovando a Monte della Guardia.”

Monte della Guardia

Seguiamo il furgoncino di Marco fino al Monte della Guardia: mia moglie al volante e io con la bambina in fascia. Il Monte della Guardia è una collina, un toponimo e l’ambizione di Marco e di altri produttori che possiedono terreni in quella zona. Nonostante le sfide burocratiche, nutrono il sogno di creare un vino che porti il nome di questo luogo.

“Perchè alla fine sì, i francesi volendo se la tirano, ma hanno ragione a chiamare i vini coi nomi della zona di provenienza, perché è il territorio che fa il vino.”

“Bellissima zona qui.”

“Sì, io sono affezionato a questo posto perché lo lavoravo per conto della mia famiglia fin da bambino, così ho voluto acquistare il vigneto. Pensa che il vigneto in questione era di otto proprietari, di cui uno aveva i beni bloccati per questioni legali. È stato un bel lavoro rilevarlo, ad un certo punto mi è stato anche consigliato di non toccare le viti per evitare di trovarmi io stesso invischiato in questioni da avvocati.”

Il vigneto è effettivamente splendido e si basa su terrazzamenti costruiti negli anni Trenta del Novecento, e che verranno mantenuti. Marco ci mostra le marne e arenarie emerse durante i lavori di rinnovamento: sono la base della cosiddetta Ponca, o Flysch di Cormons.

“Vedi? La Ponca sono arenarie, ovvero sabbie compattate, e marne, fanghi compattati, stratificati uno sull’altra. Dove prevalgono le arenarie, i vini sono più morbidi, meno fini. Il calcare della marna invece è quello che dà l’elemento salato, più affilato se vuoi e preciso al vino. Le radici delle piante si incuneano nel terreno fino alle marne e poi con un meccanismo che non conosco trasmettono questo sapore che viene definito minerale (ma nessuno ha mai assaggiato un minerale) al vino.”

La Ponca la conoscevo, ma Marco la spiega proprio bene. Ed è sempre bello sentir dire “un meccanismo che non conosco”, dà l’idea che chi parla dica solo ciò che sa. E mi rallegra anche sentire un po’ sputtanare il termine “minerale”, ben debunkato da Alex Maltman.

Durante il rinnovamento del vigneto, un obiettivo è conservare intatto il terreno senza smuovere troppa terra, poiché qualsiasi modifica potrebbe compromettere il profilo dei vini. Il Monte della Guardia è un blend composto per l’80% da Friulano e per il restante 20% da Picolit, una scelta che Marco considera particolarmente intrigante in quanto il Picolit apporta acidità, conferendo profondità al vino. L’ultima annata imbottigliata ha fatto botte e la malolattica, ma è un vino “work in progress”, come definito da Marco stesso.

Per me, è emerso come il re della giornata. Al naso, si distingue per la freschezza del limone, ma in bocca l’influenza della malolattica, del legno e del Picolit conferiscono al vino una complessità sorprendente. Emergono note di pesca gialla, matura e avvolgente, accompagnate da accenni di miele. Il finale è lungo e soddisfacente, sostenuto da un’ottima acidità. Questo vino promette grandi cose.

Ho poi riassaggiato il Monte della Guardia e l’ho recensito qui.

Prima di congedarci, Marco ci conduce verso una piccola casetta in arenaria che sta restaurando e che si trova proprio all’interno del vigneto. Pur consapevole che questa impresa non porterà grandi benefici economici, lo vive con un’intensa passione, considerandolo un vero e proprio progetto d’amore, in linea con lo spirito del Monte della Guardia stesso e cioè con l’idea precisa di far parlare i propri vigneti, con competenza e intenzionalità che non vedo l’ora di riassaggiare a casa.

Bottiglie acquistate:

Costo: 165€

Filosoficamente simile a Marco Sara è secondo me Podere Ranieri, di cui riporto la visita e le recensioni dei vini. Qui inoltre parliamo del Syrah, per certi versi simile allo Schioppettino.

A proposito della Ribolla, varietà su cui Marco ha opinioni così nette, vale la pena approfondire la questione del suo prezzo e del suo posizionamento sul mercato, che racconta molto su come questo vitigno venga percepito al di là del Collio.

Newsletter

Solo i vini migliori,
nessun voto noioso

Newsletter Form (#5)

🍷 Nur großartige Weine, keine langweiligen Punkte

Erhalte alle Eindrücke zu den verkosteten Weinen und meinen Lieblingswein der Woche – einfach zur Mailingliste anmelden.