Il Pinot Bianco austriaco non mi ha mai davvero esaltato. Anche durante l’evento “Un Calice di Burgenland” a Vienna nel 2024, ho avuto l’opportunità di esplorare diverse etichette di questa varietà, ma devo ammettere che la mia esperienza è stata deludente. Troppo spesso, i Pinot Bianchi austriaci sembrano mancare di profondità e vitalità, apparendo piatti e poco stimolanti. Meglio va sul Collio, dove grandi produttori come Franco Toros riescono dare vitalità a questa varietà così delicata, ma i Pinot Bianchi austriaci, spesso provenienti dal Burgenland, hanno meno profili, anche quando coinvolgono vecchie vigne o zone pregiate.
Quindi mi aspettavo poco anche dall’Handwerk Weißburgunder (nome tedesco del Pinot Bianco) di Stagård. Anche perchè conosco il produttore per aver assaggiato spesso i suoi vini e non esserne mai rimasto impressionato.
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Questa volta invece, la bottiglia ha colpito nel segno.
Il Weissburgunder Handwerk è un vino biologico e vegano certificato e certificata è anche la voglia del produttore di posizionarsi in questi segmenti così hip. Viene venduto a €12,90, che per un vino austriaco è decisamente un prezzo basso. È prodotto con uve coltivate su terreni situati nella parte inferiore della collina del Goldberg, vicino a Krems, e caratterizzati da esposizione a sud e una combinazione di suoli di ghiaia, loess e argilla. L’invecchiamento delle viti è di 23 anni, con un processo di vinificazione che include una macerazione sulle bucce di 24 ore e fermentazione spontanea con il 10% delle uve. I dati analitici indicano un contenuto alcolico del 12,6%, acidità del 6,9‰ e residuo zuccherino di 6,8 g/l.
Già da qui alcune considerazioni: la zona (quella del Kremstal, da cui arriva anche il loro non eccezionale Riesling Pfaffenberg) è piuttosto pregiata, ma i terreni ai piedi della collina lasciano supporre che queste giovani viti non siano esattamente in una posizione ottimale. La macerazione è una mossa non così comune da queste parti, possiamo aspettarci un corpo interessante. L’alcol è basso mentre alti sono acidità e residuo zuccherino, se consideriamo che si tratta di un vino bianco secco.
Il vino si è presentato di colore giallo paglierino con riflessi argentati. Al naso sono emerse intense note di mela gialla e pesca bianca mature, accompagnate da sentori di pera e petrolio. Una potenza aromatica che non mi aspettavo! L’aroma è ricco e quasi potente. In bocca, il corpo è denso e vellutato, quasi oleoso. L’acidità si è sentita tramite un’iniziale sollecitazione della lingua seguita da onde vigorose sulle labbra e di nuovo sulla lingua. Il vino ha una leggera sapidità che contribuisce a dare struttura, bilanciando il basso contenuto alcolica. In bocca c’è stata una bellissima concentrazione di frutto e sono emerse note di benzina e mela, con una freschezza croccante e inaspettatamente tropicale. L’acidità e il gusto di mela hanno condotto a un finale piacevole, semplice e persistente. Il vino è stato facile da bere, ma mai scontato, e si è integrato armoniosamente con il cibo (degli gnocchi con crema di asparagi) senza sovrastarlo.
Non un gran vino quindi, ma un aperitivo o un accompagnamento di primi piatti delicati assolutamente rispettabile. Un bel bere per un Pinot Bianco che non deve farsi inseguire per esprimersi, ma si propone con piacevolezza e caratteristiche non ovvie.
Il vino buono deve avere tanto alcol?
Il produttore ha dimostrato grande saggezza nel lasciare macerare le uve, permettendo così all’espressione varietale e al terroir di emergere in modo nitido e croccante. Sebbene un maggiore contenuto alcolico avrebbe potuto conferire al vino una maggiore imponenza, probabilmente le uve non avrebbero retto il salto verso il “gran vino”. In termini di equilibrio però, il basso tasso alcolico e la concentrazione di frutta così intensa rischiavano di rendere il vino eccessivamente simile al succo d’uva. Pertanto, mantenere un’acidità vivace è stata una mossa astuta, conferendo al vino la struttura, lo scheletro necessario per evitare tale eccesso di dolcezza.
Di norma, preferisco i vini con un tasso alcolico significativo, tendenzialmente dai 13,5% in su per i bianchi secchi. Tuttavia, nel corso del tempo ho imparato che questo non è un requisito assoluto. L’alcol, infatti, può abbassarsi senza compromettere la qualità complessiva del vino, anzi, a volte può migliorarla. La riduzione del tasso alcolico può portare a una maggiore piacevolezza e bevibilità, ma deve essere compensata da un’acidità vivace e/o una buona gabbia polifenolica (nei bianchi) e tannini avvincenti (nei rossi). In questo modo, anche se l’alcol è meno pronunciato, altri elementi come la freschezza o la struttura possono contribuire a mantenere l’equilibrio e l’eleganza del vino.
In buona sostanza:
Struttura = alcol + acidità + tannini/polifenoli
Al calare drammatico di uno dei tre fattori, deve corrispondere la crescita di uno degli altri due. Altrimenti il vino perderà struttura e interesse.
Quindi, il vino buono deve avere tanto alcol?
No, un buon vino non deve necessariamente avere tanto alcol, ma deve avere un equilibrio armonioso tra i diversi elementi che compongono il suo profilo sensoriale, quindi al calare dell’alcol deve corrispondere un aumentare dell’acidità e/o dei tannini/polifenoli. Solo così si manterrà quella complessità che chiamiamo struttura.
Un altro Pinot Bianco (non Pinot Bianco) da scoprire è il Pinot Blanc Vieilles Vignes di Meyer-Fonné, mentre è interessante anche il confronto con il Haus Klosterberg Pinot Blanc di Markus Molitor.
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