Dei miei dubbi circa i vini naturali come ortodossia ho già parlato, e anche delle belle eccezioni (come Pub Klemo) che purtroppo spesso confermano la regola. Ciò di cui non ho ancora scritto è l’altra estremità dello spettro: e cioè quei vini così ripuliti, così lavorati da risultare quasi asettici. I “naturalisti” indicano questo stile come la dittatura del mercato a cui i loro beniamini che puzzan di piedi rispondono con autenticità, a me sembra che il fenomeno dei vini asettici sia molto più ridotto di quanto si voglia far pensare, ma è innegabile ci sia.

Vignalta, in questo senso, qualche colpa ce l’ha. La cantina non è enorme: 240mila bottiglie prodotte partendo 33 ettari vitati di proprietà e 20 in affitto. Nonostante le dimensioni però, il vino talvolta risulta costruito.

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Eppure Vignalta è forse il produttore piu rappresentativo del panorama padovano. Inoltre, il terreno vulcanico dei Colli Euganei ben si presta ad operazioni di marketing che fanno leva su quanto, grazie all’Etna, a leggere alcune note di degustazione sembra basti avere un vulcano e una vite per fare un vino della madonna. Vignalta non eccede in questa “esaltazione di un certo tipo di sassi” – come molto spesso possiamo definire certe pippe sui suoli che si trovano in giro – forse proprio perché molti dei loro vini hanno ben poco di tipico.

Un esempio è il loro cavallo di battaglia, il Gemola Rosso. Vino assolutamente ben fatto e che ho trovato concentrato, serio e agile. Eppure è un bordolese standard (Merlot e Cabernet Franc), che potrebbe essere fatto ovunque. Non per questo ci dispiace, anzi! Evviva i vini con una carta d’identità già vista, se danno gioia a bersi. Però, nelle parole di un mio amico patavino, “un po’ triste che il miglior rosso padovano sia un blend già visto”.

Sufficienti, ma non interessanti mi sono parsi l’Agno Casto Manzoni Bianco, il Pinot Bianco e il Riserva.

L’Agno Casto è molto semplice, ha un bel corpo ma un naso prevedibile. Ha ben poco da dire. Il Pinot Bianco è ben strutturato: vuole essere teso ed elegante. Purtroppo la concentrazione di frutto mi è parsa vuota, forse la materia prima non era eccezionale e il vino sembrava una scatola ben costruita ma con nulla dentro. Il Riserva infine, quasi un secondo vino rispetto al Gemola (qui però il Cabernet Sauvignon sostituisce il Franc), ha un naso molto evoluto che mi ha fatto ben sperare, ma al palato aveva un retrogusto vegetale fastidioso. Forse qualcosa è andato storto in produzione.

Vini senz’anima, penserete. E allora perché ho acquistato da questa cantina? Ho acquistato perché dal sempre lodato Ferronato a Pordenone ho assaggiato il loro Chardonnay di punta che, con una strategia di marketing con obiettivo l’harakiri, si chiama anch’esso Gemola. Il calice mi impressionò e quindi, nella cassetta, ne acquistai due bottiglie. Una l’ho già aperta, l’altra è ancora in cantina.

Gemola Chardonnay – Il Vino

Le uve arrivano dalla zona di Baone, nei Colli Euganei. Le vigne, con un’età di sei anni, sono coltivate su terreni di rocce vulcaniche disgregate, in esposizione Sud-Est, ideali per una maturazione ottimale delle uve. L’allevamento a Guyot e la densità di impianto di 5.200 piante per ettaro permettono di massimizzare la qualità, mantenendo il rendimento controllato tra i 65 e i 70 quintali per ettaro.

La vinificazione prevede fermentazione e affinamento sui lieviti per 12 mesi in tonneaux di rovere francese, per dare complessità e struttura senza perdere freschezza. Se ne producono solo 6.000 bottiglie ed ha una gradazione alcolica del 13,5%.

Il Gemola Chardonnay 2021 di Vignalta si presenta con un colore giallo paglierino vivace, attraversato da riflessi verdognoli. Al naso offre una complessità impressionante: le note iniziali fresche di erbe di campo, mela Golden e olio d’oliva lasciano spazio a sentori più evoluti di tostatura del legno e fumo. Ci sono così tanti profili! Il naso evolve dalle note più fresche a quelle più affumicate man mano che il vino si apre. Al palato è compatto, davvero cremoso. Un’acidità “rettangolare” sostiene aromi di cotogna e pietra frantumata. Il finale deve essere “smontato” da quanto è ricco: potente rovere, poi note intense di buccia di mela, salamoia di olive e ricca scorza di lime, e più avanti appaiono anche erbe di campo, il tutto amplificato da una salinità quasi bruciante. Wow. In generale, il rovere è piuttosto evidente, ma riesce sempre a non diventare eccessivo. È un vino non nuovo nello stile, ma eseguito alla perfezione. Un classico che regala grande piacere. Da ripetere assolutamente con il salmone, poiché è stato perfetto: l’abbinamento ha aggiunto al vino quasi uno strato caramellato. Da rifare.

Lo riassaggerò probabilmente il prossimo anno. Per ora, nonostante il resto della produzione di questa cantina non mi abbia certo esaltato, consiglierei questa bottiglia a chiunque ami lo chardonnay classico ed elegante.

Uno chardonnay piu bombastico è quello di Dog Point.

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