Grand Cru del Collio

C’è stato un grosso problema sul Collio, e più passano il tempo e gli assaggi e più me ne rendo conto: il consorzio si è ostinato a spingere blend di bianchi, contrassegnati semplicemente come “Collio”, e che raramente hanno reso giusto omaggio a questo territorio eccezionale. Molto meglio sarebbe produrre monovarietali che riflettono fedelmente i terroir e i microclimi dei diversi vigneti. Vini quindi che rappresentano una cru, ed esprimono pienamente le sfumature del loro luogo d’origine anziché cercare di omologarsi a una visione più standardizzata (un’eccezione alla regola sono i vini del cormonese Picech, che ho visitato).

Alcuni produttori però hanno compreso l’importanza di valorizzare i singoli vitigni e i rispettivi terroir. Uno di questi è Ferdinando Zanusso de I Clivi (non a caso non natio del luogo), il quale con i suoi Brazan e Galea, ha saputo esplorare le volti diversi del Friulano, esaltando le caratteristiche uniche di ogni vigneto. Insieme a Zanusso (già citato nell’articolo sul Vecchie Vigne Bianco di Roncus), i fratelli Skok si sono distinti con il loro Zabura.

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La mia storia con lo Zabura inizia in una sera d’estate afosissima di quattro anni fa, all’ormai chiusa Locanda Dvor di San Floriano. Lì lo assaggia per la prima volta come aperitivo. Seguì poi una visita in cantina, con Orietta Skok davvero splendida padrona di casa (i produttori friulani hanno spesso un’ospitalità più calorosa di tanti altri, a mio avviso). Seguirono anche svariate casse di Zabura acquistate per il mio matrimonio, e che ci fecero fare una gran figura. Ad ora, bevo ancora i vivacissimi rimasugli di quell’annata 2021.

Ma concentriamoci sull’azienda Skok: il loro Sauvignon può essere considerato nella media, il Pinot Grigio ramato non eccelle particolarmente, mentre il Bianco Pear è stato un vino che mi ha colpito sia positivamente che negativamente in due diverse occasioni. Il Merlot si presenta come una scelta sicura e di buona qualità, ma il campione indiscusso della loro linea è lo Zabura Friulano. 

Zabura Friulano – Skok

Il nome “Zabura” deriva dal Cru in cui crescono le piante di Tocai Friulano (la cui storia è brevemente toccata qui), un termine che risale alle antiche mappe del 1700. Le viti crescono su terreni di Ponca, la marna arenaria tipica del Collio, con una densità di impianto di 5.500 piante per ettaro e una resa media tra i 55 e i 60 quintali per ettaro. La vendemmia avviene a mano, con una selezione accurata dei grappoli, e prima dell’invaiatura viene eseguita la vendemmia verde per ottenere il giusto equilibrio tra pianta e grappoli. In cantina, l’uva viene diraspata e macerata a freddo, seguita da una pressatura soffice e una decantazione statica per eliminare impurità. La fermentazione avviene con lieviti selezionati su cui il vino viene lasciato per sei mesi. L’imbottigliamento segue la tradizione delle fasi lunari, avvenendo in primavera con la luna di Pasqua, e il vino riposa in cantina per almeno un mese prima di essere commercializzato.

Nelle bottiglie dell’annata 2021 che ho aperto a casa – sei, nel corso degli ultimi due anni – lo Zabura si è sempre presentato con un colore giallo paglierino abbastanza intenso. Sono emerse sfumature che spaziano dai fiori alla pesca bianca, dalle erbe aromatiche al cedro e all’alloro. L’acidità è sempre parsa potente e il finale amaro (il tipico finale ammandorlato del Friulano), la verticalità si trasferisce dal naso al palato. Nei vari abbinamenti, il vino mostra una personalità protagonista, con una struttura e un’acidità che lo rendono in grado di sostenere piatti anche complessi. In alcuni casi, le note di mandorla amara sono emerse fortissime e l’aromaticità è stata dominante, mentre ho notato il frutto concentrato e intenso.

Lo Zabura non è il miglior Friulano che abbia mai assaggiato (anche se è tra i migliori), tuttavia lo riconoscerei ovunque e quando mi manca quando non lo assaggio da un po’. Non possiede la vivacità fruttata dei Friulani di Cormons, né la purezza cristallina dei migliori di San Floriano, ma si distingue per una texture densa che si intreccia con note aromatiche accese e infuocate. È un gran protagonista che si presenta strutturato, dagli aromi intensi ammorbiditi dal corpo spesso ma agile.

È insomma un vino non solo del territorio, ma addirittura del vigneto. Un Friulano che incarna la mia speranza per il Collio, non solo per il futuro, ma già per il presente: che si possano valorizzare le specificità dei diversi siti, andando oltre gli stili e le mode, per moltiplicare le sensazioni che un vino può e sa suscitare.

Si possono trovare ottimi Friulani nelle enoteche di Pordenone.

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