A mio avviso ci sono tre tipi di enoteche. 

  1. Le enoteche didattiche, in cui i calici proposti rispecchiano il canone enologico corrente (Wein & Co ne è un bellissimo esempio a Vienna). Lì quindi troveremo i Bordeaux, i vini di Borgogna, qualche Cabernet Sauvignon del Nuovo Mondo, i Sauvignon neozelandesi e via dicendo. È come andare in biblioteca: non vuoi prenderti il rischio di acquistare un libro di fantascienza che a te magari neanche piace, in fondo leggi soprattutto gialli, quindi lo prendi in prestito. È solo un calice, ma ha il gran pregio di darti riferimenti e aprirti gli orizzonti. Evviva le enoteche didattiche. Un buon esempio di enoteca didattica è l’austriaca Wein & Co a Stephansplatz.
  2. Le enoteche indie, dove troveremo la solita parata di vini naturali, biologici, di colore arancione e sangue blu tanta è la spocchia verso il produttore che ha usato lieviti selezionati e l’ignorantone che li acquista. A mio avviso, tra l’enoteca indie che insegue le keyword del momento e una chiesa di Scientology cambia davvero poco. In entrambe vado solo se ho voglia di farmi spennare (un esempio tremendo l’ho incontrato a Campiglia Marittima, mentre uno positivo e sui generis è La Cave a Vienna).
  3. Le enoteche intermedie, che, anche per dimensioni, scelgono la terza via: alcuni vini didattici, che magari forniscono qualcosa di nuovo ad una clientela abituata a lavagne dei vini monotone, e alcuni produttori indie, recuperati chissà dove. Ed è proprio quella la bravura dei gestori di enoteche più capaci: trovare cantine che le guide, i blog e i concorsi non hanno ancora individuato. Insomma, l’enoteca didattica disegna la mappa, quella intermedia ti porta nel territorio. A mio avviso, Ferronato a Pordenone è un grandissimo esempio di enoteca intermedia, un esempio che, per ragioni biografiche, conosco molto bene.

Per me, il momento migliore per visitare un’enoteca (intesa come luogo di degustazioni, non un negozio di vini) è all’inizio della settimana, nel tardo pomeriggio. È quel momento della giornata in cui la clientela è scarsa e ci si può dedicare al calice e alla chiacchiera. 

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In questo caso, la serata era anche piovosa. Classic Pordenone. È parso quasi un incontro romantico tra me, mia moglie e la lavagna dei vini. Ecco cosa ci ha impressionato maggiormente.

Le bolle

Abbiamo iniziato con il Tradition Brut Champagne N.V. di Charpentier, fruttato ma anche molto roccioso, verticale. Potenza e precisione che ci sono piaciuti. Sempre tra le bolle, il Cabochon Brut di Monte Rossa (Franciacorta) è stato sicuramente il secondo vino che ci è piaciuto di più, anche lui fruttato ma infinitamente più morbido, dal finale eterno.

I bianchi

Vignai da Duline è l’esempio classico del produttore che incontri in una buona enoteca intermedia: molto lontano dal mainstream, anche come pratiche in vigna e in cantina, con tanta personalità e inserito in pochi ma importanti circuiti (la cantina è nel roster di Kermit Lynch). In questo caso abbiamo assaggiato la Chioma Integrale Malvasia, bei profumi di fiori di campo e macchia mediterranea, accompagnati da un corpo denso e una potente acidità che si fonde armoniosamente con il frutto.

L’azienda Perleo, nonostante abbia sede a pochi chilometri da Pordenone, è ancora più sbilanciata verso quelle cantine di territorio che non trovi nelle mappe (e neanche su internet, a dire il vero), ma conosci solo perché è l’enoteca a portartici. Il loro Chardonnay ci ha offerto un’esperienza pesante, con note di mela, mango e botte, ma purtroppo sbilanciata verso una predominanza eccessiva del legno e dell’alcol.

I rossi

Anche il blend (Pinot Nero e Zweigelt, vitigno austriaco non comune neppure in Alto-Adige) Loach di Radoar è roba da iniziati: piccola azienda agricola (producono anche grappe, sidri, e immagino mele) di Velturno, provincia di Bolzano. Già un giro nei dintorni con Google Maps ti fa venire voglia di andarci. A giudicare dalla linea vini, varietà anche non ovvie (Kerner e il già citato Zweigelt), enorme focus sul biologico, ma glielo si perdona al primo sorso. Il Loach è caratterizzato da note di carne, mirtilli e lamponi, con un tannino setoso e un finale speziato che ha lasciato un’impronta molto definita. È stato tra i migliori vini assaggiati e un acquisto si dovrà fare. 

Acquisto che andrà fatto anche all’azienda Gradis’Ciutta, rappresentata dal suo Merlot Collio caratterizzato da profondità terrosa, acidità vivace e un’asciuttezza dominante, che disidrata la bocca. È un vino di territorio, profondo e umido come lo sono i rossi friulani. La cantina è nota, ben avviata e con sede a San Floriano del Collio. Il proprietario, Robert Princic, ha il merito di produrre anche il metodo classico SineFinis con il compare d’oltreconfine Matjaz Cetrtic (Ferdinand). Tempo addietro avevo assaggiato anche la loro Ribolla Gialla, che mi era piaciuta senza grandi entusiasmi. Visiterò, comprerò e ne capirò di più.

Il vino che ci è piaciuto di più è il No Name di Borgogno. Non vado pazzo dell’idea, comunque simpatica, di chiamare “No Name” i vini che non si possono più chiamare, per ragioni burocratiche, Tocai o come in questo caso Barolo, ma qui non si tratta di etichette ma di un grande vino. La bocca come sempre ha gli aromi tra le nuvole e il tannino potente a granelli percepito sotto i denti. Bellissima acidità, ma emerge soprattutto un’incredibile densità di frutto che spreme rumtopf e melagrana. Finale molto lungo e coerente. Un Barolo arrembante che bilancia il tannino con un frutto fradicio ed esuberante. Acquisto sicuro.

Abbiamo concluso con il Dolcetto d’Alba di G.D. Vajra e il Valpolicella Ripasso Classico Superiore di Terre di Leone hanno offerto esperienze vegetali e decise (il primo) e dense e surmature (il secondo), anche se non memorabili.

Contano le annate?

Ovviamente sì e una cosa che salta subito all’occhio è che la lavagna non le mostra, come accade in altri contesti. Ma non importa, perché l’enoteca intermedia è un invito alla scoperta più che un’esposizione di valori. In passato Ferronato mi ha fatto conoscere produttori da cui ho acquistato grandi bottiglie: Meyer-Fonné, MarcoSara, Podere Ranieri, Vignalta, Tiefenbrunner tra gli altri; innamorarsi di un vino in enoteca e lasciare che ti apra le porte di una cantina e un territorio è un gran bel modo di bere.

Leggi la nostra seconda visita da Ferronato e come funziona il piacere nel vino e la nostra terza, meno esaltante, visita a Ferronato. Se invece vuoi scoprire i migliori wine bar di Vienna, clicca qui.

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