Un periodo di lavoro da remoto dall’Istria ha offerto l’opportunità di scoprire i vini locali e in particolare la cantina Fakin. In cantina, si sono bevute buone cose, anche se non eccezionali, mentre per il resto l’esperienza è stata deludente, soprattutto considerando l’enorme hype che circonda i vini locali su pubblicazioni prestigiose come Decanter.
Le buone aspettative suscitate dalla rinomata Malvasia Istriana, una varietà che personalmente apprezzo molto nella sua versione friulana, hanno reso ancora più deludente il confronto con i vini assaggiati. Purtroppo molti vini proposti al calice nelle enoteche non sono sembrati particolarmente diversi rispetto a quelli della casa che si possono trovare nei molti ristoranti della zona. Questa scarsa qualità ha contribuito a far emergere l’impressione di trovarsi in un’esperienza turistica standardizzata. L’adozione dell’euro come valuta ufficiale in Croazia ha poi gonfiato a dismisura i prezzi e rendendo l’esperienza complessiva ancora più amara.
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La delusione ha raggiunto il culmine quando, nonostante un appuntamento precedentemente fissato, la Cantina Collis aveva il cancello chiuso al nostro arrivo e, dopo ore, ci ha detto che saremmo potuti passare un altro giorno. Questo episodio, purtroppo, sembra essere un triste esempio di come molte cantine gestiscano operazioni rivolte principalmente al turismo. Tuttavia, nonostante questo contrattempo, abbiamo deciso di dare un’opportunità alla Cantina Teraboto, una piccola realtà gestita da una signora estremamente gentile e accogliente. Purtroppo, anche se l’ospitalità era indubbiamente sincera, i vini proposti non sono davvero consigliabili.
I vini Fakin
Decisi a non lasciarci scoraggiare dalle esperienze precedenti, ci siamo recati alla Cantina Fakin, di cui avevamo sentito parlare positivamente. È stato un sollievo scoprire che, finalmente, l’attesa è stata ricompensata. Senza dubbio, i vini di Fakin si sono distinti come alcuni dei migliori che abbiamo assaggiato in Istria. La posizione è splendida: ai piedi di Motovun. E il giardino è molto grazioso.
Anche qui si vede che i turisti sono attesi: c’è addirittura un menu. Non proprio un’esperienza alla MarcoSara. Abbiamo optato per la degustazione più ampia: 7 vini al prezzo, molto corretto, di 20€. Fortunatamente siamo stati serviti da una ragazza inesperta ma gentilissima, evitando il più skillato e istrionico collega. Nota molto balkan le magliette con il pun anglofono, di cui avrei fatto volentieri a meno: “Fakin Good Wines”, ma così va.
Dando una rapida occhiata ai vini, di cui non so tantissimo perché appunto non troppo viene detto:
Chamal Brut
Un brut delicato con un equilibrio tra il peso dello Chardonnay e gli aromi della Malvazija. Perlage fine e denso. Piacevole e fresco, perfetto per un aperitivo.
Rosé (Teran)
Un rosato che colpisce per la freschezza e la vivacità anche me, che di rosati non vado pazzo: davvero una bella sorpresa. Note di scorza di pompelmo, buccia d’arancia e melograno. Acidità piacevolmente bilanciata del Teran che persiste fino al finale, leggermente amaro. Un vino snello, fresco e dai grandi aromi.
Fakin Malvazija
Una Malvazija straordinaria, sicuramente la migliore assaggiata in Istria, con note di fiori di acacia, limone, erbe e pesca gialla polposa. Pulito e fresco, ma con un corpo importante, come si usa qui. Acidità vivace che solletica il palato e un finale asciutto e pietroso che riflette il terroir. Un’autentica espressione del territorio.
Pinot Grigio
Aromi semplici di mela e pietre asciutte del terreno locale. Acidità media bilanciata dal frutto. Un buon vino per l’aperitivo, pulito e fresco.
Chardonnay
Note di cocco e legno che si fondono con limone e mela. Equilibrio tra freschezza del frutto e alta acidità, anche se a volte il legno è leggermente invadente. Finale fresco e persistente, con note di agrumi e legno ben integrate. Davvero una bella scoperta per me che, forse con un po’ di sindrome di Stoccolma, sono ritornato agli Chardonnay istriani dopo un’esperienza tremenda di anni fa con uno legnosissimo di Franc Arman.
Teran
Aromi di prugna secca, cioccolato fondente e liquirizia. Tannini robusti e acidità vivace, con un finale fresco e persistente. Esprime pienamente la varietà e il territorio, simile ad altri Teran della regione.
Il Primo (Teran, ma fancy)
Una versione più morbida del Teran precedente, con acidità e tannini più delicati. Più evidente il legno, ma complessivamente meno distintivo.
Muškat Žuti
Un vino moscato fresco e leggermente dolce, con note di fiori gialli, miele e agrumi. Acidità okay e una secchezza che invoglia a bere un altro sorso. Una buona interpretazione del vitigno.
Bottiglie acquistate:
- Chardonnay
Costo: 12€
Anche a casa, lo Chardonnay 2022 ha convinto. Degustato con formaggio di mucca, ha un colore giallo dorato e offre aromi di cocco, mela, vaniglia e legno. Nonostante il vino sia stato assaggiato in bicchieri poco adatti all’aerazione, si conferma che il legno è gestito con grande intelligenza, conferendo gravitas senza compromettere la profondità e l’acidità piacevolmente pronunciata del vino. L’acidità squadrata si fonde bene con il sorso, risultando più intensa rispetto a molti altri Chardonnay. In bocca emergono note di cocco e legno, con un finale legato al territorio – forse leggermente più monotono rispetto alla degustazione in cantina. Il formaggio ha esaltato la freschezza del vino in modo piacevole.
I vini istriani assaggiati
Prima di dare uno sguardo di insieme all’idea che mi sono fatto dei vini locali, ecco altri calici e bottiglie assaggiati.
Sonata Malvazija (Dobravac)
Un vino abbastanza beverino con aromi sfumati e un aspetto quasi torbido. Note di fiori d’acacia e buccia d’arancia. Buon equilibrio tra corpo e acidità, ma complessità limitata.
Malvazija (Franc Arman)
Più preciso del precedente, con profumi ben definiti e una nota di acciaio e verticalità. Acidità evidente dopo il sorso, che conferisce freschezza e vivacità al vino.
Malvazija 2022 (Kozlović)
Questa Malvazija ha un colore giallo paglierino e offre aromi di fiori d’acacia, pietra polverosa e anice. Sebbene mia moglie l’abbia apprezzato, personalmente l’ho trovato non particolarmente convincente. Gli aromi sono semplici e in bocca il vino mostra solo un po’ di frutta, piuttosto dolce. C’è un buon equilibrio tra dolcezza e acidità, ma gli aromi della Malvazija risultano monotoni. L’acidità è buona e ben integrata nel frutto, conferendo profondità e ampiezza aromatica.
Livio Teran (Benvenuti)
Aromi densi di susina essiccata, liquirizia, cioccolato amaro e rovo. Acidità splendida che si avverte sulla lingua e tannini medio-alti. Finale lungo e denso, con l’acidità che bilancia il vino e ne esalta la complessità.
Gran Teran (Coronica)
Simile al precedente per quanto riguarda gli aromi, con predominanza di prugna nera. Più morbido del Livio Teran, ma anche meno vivace. Un equilibrio diverso che comporta una perdita di qualche caratteristica, ma resta comunque un vino di qualità.
Merlot Superior 2019 (Franc Arman)
Accompagnato da una rib-eye steak locale (gran bella carne in Istria), questo Merlot Superior presenta un colore rosso rubino e offre aromi di amarene, more e marmellata di fragole. Il naso è interessante e ricco, ma in bocca il vino manca di corpo e ha una concentrazione di frutto piuttosto bassa. I tannini sono avvolgenti e vellutati intorno alle labbra, con un’acidità piacevole. Emergono aromi rustici del vino da osmiza. Il finale è di ciliegia nera, equilibrato, e con la carne ha sviluppato la dolcezza classica del Merlot.
Vini e vitigni istriani
Per quanto riguarda la Malvazija, è evidente che i produttori locali stiano facendo uno sforzo per legare la produzione di bianchi locali al vitigno autoctono, e questo è sempre positivo a mio avviso. Tuttavia, nonostante tanta grancassa, gli aromi delle Malvazjie locali rimangono sorprendentemente prevedibili. Pur apprezzando il sorso denso e aromatico, si nota una certa monodimensionalità rispetto a vini più affilati e verticali. A livello climatico temo sia più una necessità che una scelta, ma a parte quella di Fakin non ho trovato bottiglie del livello che penso meriti di essere acquistato – anzi, spesso bottiglie attorno ai 30€ non sono sostanzialmente diverse dal vino delle casa proposto dai ristoranti.
Oltre alla Malvazija, lo Chardonnay è diffuso, ma occhio al legno. Solo produttori top probabilmente sanno gestirlo. Invece il Pinot Grigio pare far bene l’aperitivo, e di più non gli si chiede.
Il Teran emerge come l’equivalente rosso della Malvazija per quanto riguarda l’identità enologica della regione, ma è un’uva piuttosto difficile da gestire. Molti produttori sono inclini ad arrotondarlo in legno, ma questo rischia di far perdere al vino la sua tipicità. Gli esempi migliori mantengono la potente acidità e il tannino aggressivo del Teran (non a caso il “vino dei denti neri” delle osmize triestine), riuscendo però a domarli senza snaturare il carattere originale del vitigno. Similmente al suo cugino Refosco, il Teran va gestito con cautela e un produttore capace, come sempre, fa più del mero uso della botte.
Il vino dolce è il Moscato Giallo e mi è parso interessante. Forse può essere un altro filone da spingere per i produttori locali.
Certo, si può ragionare a lungo sui vini istriani, ma a me viene sempre in mente una conversazione avuta con la compianta moglie di Sandro Princic. Mi disse che sarebbero andati in vacanza in Istria e le chiesi: “Che vino bevete là?”. Rispose: “Portiamo il nostro.”
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