Chiunque abbia visitato Cormons (in provincia di Gorizia, ma soprattutto capitale del Collio italiano) per motivi di vino, conosce bene la sua enoteca. È una struttura tronfia in mezzo alla sonnolenta piazza cittadina, dove, soprattutto all’ora dell’aperitivo, si incontra un mix di appassionati, produttori (grandi classici sono Francesco Vosca e Dario Raccaro che arriva in Vespa) e turisti. La scelta è vastissima, nonostante l’Enoteca, di proprietà di una cooperativa di produttori locali, proponga solo vini del Collio e solo vini di Cormons.
Il personale dell’Enoteca Cormons, con un core tutto femminile, è un’altra caratteristica fondamentale dell’esperienza, come aveva addirittura notato il Guardian. Oltre ad essere estremamente cortesi e disponibili, sono anche una preziosa fonte di conoscenza sul mondo del vino locale (e vi racconteranno la genelogia del Collio meglio di chiunque altro). Spesso è possibile scambiare opinioni e ottenere aggiornamenti interessanti sui vari produttori della zona. Una parte importante di ciò che so sui vini del Collio nasce proprio da queste ciacole sempre gentili e mai pettegole. Nella mia tassonomia delle enoteche, questa è una splendida enoteca didattica limitata ad un’area specifica, perché si assaggiano sì i produttori, ma soprattutto si conosce Cormons.
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Attualmente, mentre l’Enoteca Cormons è in fase di ristrutturazione, ha temporaneamente trovato sede in via Corte dei Magazzini, sempre a Cormons. Tuttavia, questa temporanea sistemazione rappresenta un notevole downgrade rispetto alla sua sede originale: non ci sono sedie all’aperto, né tantomeno la vista sul Monte Quarin (di certo non la più bella del Collio ma quella che più rappresenta Cormons), le opzioni culinarie si limitano a tartine tristi in vista sul bancone, e l’assortimento di vini è ridotto, così come il numero di posti a sedere disponibili. Questa situazione conferisce all’Enoteca l’aspetto di una nobiltà decaduta, in attesa di riconquistare il suo antico splendore una volta completati i lavori di restauro, previsti almeno fino a settembre 2024.
Queste impressioni riflettono un’evoluzione del mio gusto personale legata al cambiamento climatico che sta influenzando la produzione vinicola nella regione del Collio, e in particolare a Cormons. Le temperature in aumento portano a vini meno acidi, mentre lo stile più audace di tanti produttori locali, caratterizzato da un contenuto alcolico elevato, non si è adattato al cambiamento climatico. In contrasto, le zone più elevate sul livello del mare come San Floriano e Dolegna del Collio sembrano meglio attrezzate per gestire queste novità e mi convincono sempre di più rispetto ai cugini di Cormons.
Certo, ci sono ancora i grandi alfieri locali. Figure come Dario Raccaro e Franco Toros continuano a incarnare l’eccellenza nella produzione vinicola della regione, e il più “giovane” Roberto Picech mi esalta sempre oltre misura. Ma si tratta di produttori che hanno trovato una loro firma, una quadra che rende i vini riconoscibili e, se azzeccano il gusto di chi li assaggia, onestamente indimenticabili. A parte i fuoriclasse però, noto un livello medio abbastanza alto ma anche un po’ stanco, latitano nuove leve e punte d’eccellenza.
I vini dell’Enoteca Cormons
Nonostante le considerazioni critiche, non possiamo negare che, anche stavolta, ci siamo fermati all’Enoteca di Cormons una domenica di ritorno dall’Istria, desiderosi di assaggiare vini più convincenti di quelli bevuti in Croazia. Ecco qualche impressione.
Ribolla Gialla Spumantizzata Brut, Buzzinelli: Profumo di mela e fiori bianchi. Perlage piuttosto grossolano ma piacevole, con una sensazione rinfrescante in bocca.
Ribolla Brut, Polje: Note di mela, pesca bianca e lievito. Meno legato al territorio rispetto al Buzzinelli, con perlage più fine e profilo di sapore più arrotondato. Per un periodo ho accarezzato l’idea di acquistare da questo produttore, complice un’eccezionale Ribolla Gialla 2022, poco fruttata e molto mediterranea. Poi, dopo aver assaggiato anche i comunque validi Friulano, Pinot Grigio e blend Rosso (tutti 2022) e il meno interessante blend bianco Fantazija, ho deciso di lasciar perdere. Si tratta di un buon produttore, parte di un gruppo con sede in Veneto, ma talvolta manca il guizzo. In questo caso, la Ribolla mi è parsa poter provenire da qualunque grappolo in qualunque area. Bella bollicina, ma, pur nella sua imperfezione rustica, quella d Buzzinelli ha rappresentato molto meglio il Collio.
Ribolla Gialla, Colle Duga: Nota di legno con mela gialla e pesca bianca. Corpo denso e bassa acidità, ma manca di un valore significativo.
Ribolla Gialla, Toros Franco: Successo con una Ribolla Gialla più pesante. Note di legno, pera e fiori, con ottima salinità e profondità, anche se risulta ancora un po’ goffa. Di Ribolla Gialla avevamo discusso anche con Marco Sara. A suo avviso, si tratta di un vino d’entrata. Io parzialmente dissento, perché tra le migliori Ribolle che ho assaggiato ci sono anche vini d’ambizione come la Ribolla gialla Época dell’antipatico ma bravissimo Matjaz Cetrtic (Ferdinand). Ma sicuramente non basta il legno per elevare una Ribolla, ci vogliono grandi uve e grande saggezza in cantina. Colle Duga a mio avviso ha mal giudicato l’uso del legno, mentre Toros pur producendo un vino denso e corposo, ha trovato la giusta quadra. Tuttavia Toros della gravitas ha fatto la sua firma e raggiunge risultati eccezionali con il Friulano, il Sauvignon e anche lo Chardonnay, mentre qui il vino pare comunque troppo pesante sui suoi piedi. È il dilemma della Ribolla: fresca è meno ambiziosa ma pare assecondare la propria natura, appesantirla porta troppo spesso a risultati non esaltanti anche nelle mani di grandi produttori.
Pinot Grigio, Sturm: Frutta come pesca gialla, mela e scorza d’arancia. Leggero ma vivace in bocca, con buona acidità e verticalità. Ottimo come aperitivo. Non so molto di questo produttore, ma il primo impatto è stato piacevole.
Sauvignon, Doro Princic: Note di foglia di pomodoro e mela acerba. Buona acidità e profondità, ma nulla di eccezionale rispetto ad altri Sauvignon del Collio. Sandro Princic è uno di quei produttori che chiamo “vassalli”, in quanto hanno ben proseguito l’eredità di autentici imperatori del Collio come Livio Felluga e Mario Schiopetto. Princic faceva vini spericolati, nessuna paura del grando alcolico, del profumo che si inerpicava fuori dal calice, della potenza espressiva. Anche lui, come Toros, aveva una sua firma, ed era ben calcata nelle sue bottiglie. Uno stile con cui si doveva fare i conti, sia che lo si amasse che lo si trovasse eccessivo. Il suo Friulano 2016 è forse il primo vino che mi ha fatto davvero emozionare, alcuni anni fa. Purtroppo la vita non è fatta solo di vino e gli ultimi anni hanno portato eventi non felici nella vita di Princic e questo ha avuto ripercussioni sul vino. Un Pinot Grigio 2022 tra le mie impressioni riporta solo “sic transit gloria mundi”. Nel caso del Sauvignon, che essendo espressivo per natura ha sempre amplificato lo stile Princic, questo calo qualitativo è meno netto. È un buon Sauvignon, se non lo si compara ai precedenti di questo produttore. Il prezzo, 6€ al calice, è onestamente eccessivo, anche se non riesco ad immaginare di smettere di assaggiare i vini di Princic, sperando il futuro porti buoni sviluppi su tutti i fronti.
Friulano, Paolo Caccese: Note di fiori, fieno e pesca. Corpo pieno con buona acidità e concentrazione di frutta, sebbene manchi un po’ di carattere. Caccese è un altro personaggio cardine di Cormons, i suoi vini non mi hanno fatto mai innamorare ma li ho sempre trovati solidi e ben fatti, è stato così anche in questo caso.
3,4,3. White, Renzo Sgubin: Note di vaniglia, riduzione e legno al naso. Corpo pieno con sfumature di anice o liquirizia, ma il legno tende a dominare. Sgubin è un produttore di quelli che vanno inseguiti tramite WhatsApp, chiamate e segnali di fumo. Anni fa mi innamorai di un suo Friulano, che trovai eccezionale anche nel 2021, mentre la Malvasia è meno interessante. Questo blend (per me un punto contestabile del Collio) mi deluse l’anno scorso e mi delude ancora quest’anno. Troppo legno per uve di zone che avrebbero tanto da esprimere, se non venissero zittite in cantina.
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