Sono friulano e in Friuli ho iniziato ad assaggiare vino. Per anni ho pensato che fosse inevitabile innamorarsene, vista la qualità delle bottiglie locali – oggi penso che, al netto di un livello qualitativo spesso eccellente, la passione per il vino sarebbe sbocciata in quasi qualunque altra zona vinicola. Sia come sia, il Friuli ha undici tra DOC e DOCG e alcune sono molto interessanti. Qui compariamo le due più significative: le quasi omonime Collio e Colli Orientali del Friuli.
Le Caratteristiche del Collio
Il Collio è una denominazione “piccola” anche fisicamente: una fascia collinare della provincia di Gorizia, stretta tra l’Isonzo a est e lo Judrio a ovest, con la Slovenia a due passi e la pianura isontina che chiude a sud. Questa geografia compressa si traduce in un’identità molto leggibile: colline in sequenza est–ovest, esposizioni spesso felici, altitudini relativamente contenute (circa 60–270 m). Proprio perché è un fazzoletto di terra, questa DOC non può espandersi, e il brand ringrazia.
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Il protagonista qui è il suolo: la ponca, quel mix di marne e arenarie che infatti si chiama anche Flysch di Cormons. Si tratta di rocce friabili, stratificate, chiarissime quando affiorano e immediatamente “identificabili” anche dai profani. Le rocce si sono depositate in ambienti marini e quindi talvolta ospitano piccoli fossili, un promemoria geologico del fatto che qui, prima delle vigne, c’era altro.
Come dicevamo, questa compattezza geografica diventa anche un vantaggio di reputazione: il Collio comprende circa 1.500 ettari di vigneto e non è un territorio che può crescere “a volume” senza snaturarsi. In altre parole: la qualità è aiutata dal fatto che lo spazio è limitato, e l’impossibilità di espandersi diventa una buona notizia per il brand. La DOC poi dal punto di vista geologico prosegue nella Brda, la sua parte slovena, ma nella maggior parte dei casi viticoltori e istituzioni rimangono orgogliosamente separate.
I Vini del Collio
Nel Collio i vini hanno una gerarchia molto chiara: i bianchi sono il centro gravitazionale (e la denominazione li codifica come tipologie identitarie), mentre i rossi restano più spesso nel recinto degli internazionali e degli uvaggi. Il centro della proposta è il triumvirato autoctono — Ribolla Gialla, Friulano (ex Tocai), Malvasia Istriana — tre personalità diversissime che, proprio qui, trovano le loro interpretazioni più convincenti. Poi arrivano le uve “globali”, alcune perfettamente a loro agio, altre meno necessarie in un’area già ricca.
- Ribolla Gialla: spesso “semplice” e come diceva Marco Sara persino indecisa su dove voglia andare (fresca? affinata in legno? macerata? a bollicina?), ma talvolta espressa in maniera coinvolgente e complessa; una regina depressa che, quando di buon umore, incanta. Chi volesse capire meglio il carattere di questo vitigno e quanto vale la pena spendere per una bottiglia può leggere la Ribolla Gialla e il suo prezzo, un’analisi del vitigno tra Collio e Brda slovena.
- Friulano (ex Tocai): il re prepotente; grande carattere, erbaceo e gastronomico, e quella firma finale di mandorla amara che chiude il sorso con autorità.
- Malvasia Istriana: la duchessa che arriva da fuori reame, con profumi di mare ed erbe aromatiche; e sì, qui spesso è più centrata e interessante che in Istria, più tesa e meno ovvia – mi scuseranno gli amici istriani, ma meglio bere la Malvasia a Cormons che a Rovigno.
- Pinot Bianco: qui funziona bene anche perché è un’uva che “si lascia fare”, non impone nulla e restituisce bianchi puliti, coerenti.
- Sauvignon Blanc: vivace come tanti altri Sauvignon, certamente, ma spesso molto verde e con un carattere di foglia di pomodoro tipico e riconoscibile, che personalmente trovo molto divertente.
- Chardonnay: quello meno sensato, perché è una varietà capacissima di tradurre grandi terroir, ma questo lavoro nel Collio è già svolto in modo unico dal triumvirato autoctono—e lo Chardonnay finisce per diventare irrilevante.
- Pinot Grigio: non è onnipresente, ma quando c’è spesso è valido, centrato, di carattere.
- Collio Bianco (uvaggio): pessima idea di uvaggio locale derivante dalle varietà autoctone, che quasi sempre si risolve in bottiglie senza identità; sarebbe stato più sensato spingere di più sulle differenze di sito e vigneto, come fa buona parte del mondo e la Slovenia, che infatti ha per molti versi sorpassato i cugini italiani.
- Rossi: in larga parte internazionali e spesso impostati su logiche bordolesi/cuvée. Il Merlot è quello più riuscito: non un “grande” assoluto, ma un giullare felice, giocoso, con un carattere locale riconoscibile che diverte.
Le Mie Impressioni sui Vini del Collio
Secondo me, quando i vini del Collio funzionano lo fanno perché tengono insieme profumo e struttura senza cedere né alla mollezza né all’esibizione aromatica. Nelle note ricorrono continuamente acidità, sapidità e verticalità come architrave del sorso: amo questi vini quando precisi, scolpiti, puliti, capaci di un sorso diretto con un finale lungo e teso. Vini posati ma incisivi, con quel registro vegetale-agrumato (foglia di pomodoro, pompelmo, erbe aromatiche, fiori bianchi) che non diventa mai “urlato”, ma resta composto e dignitoso.
Le bottiglie migliori incarnano proprio questo equilibrio: il Sauvignon di Carlo di Pradis è preciso e scolpito con grande acidità e sapidità; e il Friulano di Renzo Sgubin mi convince perché, pur partendo da un timbro vegetale, allarga il bouquet e poi lega un corpo arioso a un finale persistente, con quell’idea di “artigianato del profumo” tanto frequente tra i molti bravi e piccoli produttori locali. Anche quando c’è legno, lo accetto (anzi, lo apprezzo) solo se è integrato e serve a dare forma come nel Ruben Riserva di Picech, dove trovo profondità, umidità, serietà del naso e una progressione gustativa che non si sgonfia.
Al contrario, quando il Collio mi delude, è quasi sempre per lo stesso motivo: manca la spina dorsale, o viene coperta o annullata. Talvolta si incontrano vini piatti, troppo morbidi, corti, oppure resi caricaturali da un uso eccessivo della botte. Anche le macerazioni mi convincono solo se non spengono l’energia del vino.
In sintesi: il mio Collio ideale è un bianco di profondità e tensione, più “architettonico” che decorativo—profumi cesellati, sì, ma soprattutto sorso nervoso, sapido, verticale, con un legno eventualmente presente ma disciplinato. Quando trovo quella combinazione, scopro eleganza, pulizia, precisione, persistenza.
Le Caratteristiche dei Colli Orientali del Friuli
I Colli Orientali si trovano a nord-ovest, il Collio a sud-est. I Colli Orientali del Friuli stanno “di là dal dosso” rispetto al Collio: se uno è la lingua collinare goriziana, stretta ed esclusiva, gli altri si aprono nella fascia collinare centro-orientale della provincia di Udine, sempre a ridosso del confine sloveno, e hanno un’impronta più ampia e meno monolitica.
Anche qui c’è ponca, certo: alternanza di marne (argille calcaree) e arenarie (sabbie calcificate), riconoscibilissima e per questo quasi “brandizzata” come nel Collio; però i Colli Orientali sono molto meno omogenei dal punto di vista geologico, e questa maggiore diversità può farli sembrare una versione diluita del famoso vicino. La morfologia è spesso più dolce (anche per l’erodibilità delle marne), con altitudini in genere contenute e una tradizione di terrazzamenti nati per frenare l’erosione: più continuità collinare, meno paesaggi drammatici.
E poi ci sono le dimensioni: il Collio copre circa 1.500 ettari vitati, mentre la DOC Friuli Colli Orientali supera i 2.000—insomma, più grande, più diffusa, e inevitabilmente più variabile. In questo mosaico, Cividale del Friuli funziona da baricentro naturale (oltre che storico e culturale) dell’areale, così come avviene per Cormons e l’area Collio.
I Vini dei Colli Orientali del Friuli
- Bianchi (autoctoni e internazionali): lo dico direttamente, i bianchi dei Colli Orientali sono spesso poco riconoscibili, la versione piatta di quello che il Collio sa fare meglio, con meno nervo e meno identità. Eppure sulla carta c’è tutto (Friulano, Ribolla, Malvasia, Sauvignon, Pinot Bianco/Grigio, Chardonnay ecc.), ma il terroir non permette le vette raggiunte dai vicini.
- Rossi: la DOC trova la sua ragion d’essere nei rossi di spigolo e personalità. La lista “ufficiale” è ampia (Refosco dal Peduncolo Rosso, Schioppettino, Pignolo, Tazzelenghe, più diversi internazionali), e infatti la zona ha anche sottozone dedicate a varietà particolari (es. Schioppettino di Prepotto, Refosco di Faedis, Pignolo di Rosazzo).
- Refosco: è il vino “da compagnia”, paradigma dei rossi locali, i tai, ovvero bicchieri da bere con uno spuntino e due chiacchiere — una tapas austroasburgica, per capirci. Non nobile, ma vivo e con quella vena un po’ selvatica che invoglia il sorso.
- Pignolo: è il rosso “aristocratico” della denominazione, spesso muscolare e fatto per durare, ma complicato sia in cantina che in vigna (il nome non è casuale). Un vino severo e difficile su più fronti.
- Tazzelenghe: raro e minaccioso, è quello che ti mette alla prova—il nome in italiano si può tradurre come taglia lingua e un incontro coi suoi tannini ne spiega il perché.
- Schioppettino: quasi estinto e poi riportato in vita negli anni ’70 e ’80, è il rosso identitario più “sexy” della zona, con la sua speziatura che divide sempre i vignaioli tra chi lo vuole da botte e chi lo vuole giocoso e fresco. La pepatura deriva dal rotundone, il composto associato alle note di pepe in diverse varietà (Syrah e Grüner Veltliner inclusi).
- DOCG dei vini dolci: Ramandolo e soprattutto Picolit: qui si gioca pesante. Il Consorzio le mette in prima fila, e ha senso: sono i vini che piu di tutti fanno uscire la zona dal confronto diretto col Collio e la portano su un terreno tutto suo, quello dei grandi dolci italiani—con il Picolit che si candida per la medaglia d’oro a livello nazionale per la categoria.
Le Mie Impressioni sui Vini dei Colli Orientali del Friuli
Nei Colli Orientali mi attirano i rossi più speziati e selvatici che dolci e patinati, con un profilo aromatico che torna spesso su pepe, sottobosco, erbe, frutti di bosco e una vena quasi ferrosa e carnosa. Lo Schioppettino è il pilone che tutto regge: lo amo quando sa essere nervoso, profondo e da tavola, capace di stare in compagnia del cibo senza diventare pesante. Anche quando lo trovo intenso o potente, mi affascina solo se poi in bocca c’è slancio, non solo materia.
Al palato la chiave che torna è la stessa che mi fa amare altri terroir: energia strutturale (acidità che sostiene) e corpo (tannino solido, non astringente). Nei migliori Schioppettino—tipo I Clivi (che trovo fresco e coinvolgente) o alcuni Ronco Severo—mi piace quando la beva resta vibrante, con un finale sapido e una progressione che evolve invece di allargarsi e poi spegnersi. E quando incontro il Refosco dal Peduncolo Rosso mi piace trovarlo adulto: lo apprezzo se quella rusticità naturale viene incanalata in un sorso austero ma composto, con frutto scuro e una controllata nota verde.
La linea di demarcazione, quando qualcosa non mi convince, è quasi sempre una: il legno e/o l’eccesso di maturità che spengono il varietale e impastano il ritmo. In quei casi il vino può avere corpo, può avere profumi ampi, ma perde identità e precisione. È il motivo per cui, anche in etichette importanti o evolute (es. Le Vigne di Zamò – Rosazzo Ronco dei Roseti 2006, o certi Schioppettino più segnati da tempo e affinamento), premio soprattutto quelle che, oltre alla complessità, conservano nitidezza, tensione e una chiusura pulita. In sostanza: nei Colli Orientali cerco rossi speziati, scuri, verticali, con tannino vivo e acidità portante; e rifiuto tutto ciò che “trucca” questa natura con dolcezza, rovere dominante o rotondità fine a sé stessa.
Colli Orientali vs Collio
Non resisto a comparare due bottiglie delle due zone, entrambe mi hanno parzialmente deluso: una dal punto di vista tecnico (Jelka) e una a causa delle mie aspettative (Schioppettino).
Jelka Bianco 2019 (Picech Roberto) è un vino che ti fa arrabbiare per sottrazione. Il naso non è molto espressivo, però è anche elegante: foglie d’autunno, vaniglia, albedo di mandarino, frutta secca. Poi in bocca “sparisce”: pochi profili, un leggero sapore di pera, e il resto è soprattutto texture—cremosità, corpo spettacolare ma non sostenuto dal contenuto. La parte migliore arriva nel finale: una salinità potente in chiusura, un accenno sapido e nocciolato, e con l’affettato diventa funzionale, quasi strumentale al cibo. È un vino che lavora meglio di quanto parli.
Lo Schioppettino 2022 (Marco Sara) invece mi ha deluso per il motivo opposto: parla tanto, ma non dice molto. Il naso è largo e dominante con note di pepe nero, poi mora e acetone: tutto abbastanza diretto. In bocca però manca la verticalità: acidità bassa, tannino leggero e vellutato nel centro bocca, e soprattutto quella sensazione di imprecisione che ti lascia senza coordinate. Però anche qui c’è stato un parziale riscatto: il finale, inizialmente un po’ astringente e leggermente acerbo, si allunga e cambia marcia—dal pepe alla mora, acquisendo profondità e lunghezza, con quella piccantezza classica che finalmente interagisce col frutto. Con la carne asada si nota l’ottima beva, anche se fatica a reggere il piatto.
Se devo metterli uno contro l’altro: lo Jelka è un vino di corpo senza voce, lo Schioppettino è una voce senza precisione. Il primo ti lascia l’idea di “occasione mancata” perché c’era struttura (texture e salinità) ma mancava il contenuto; il secondo ti lascia frustrato perché c’era il profilo varietale, ma mancava poi la precisione che lo rende territorio e non solo varietà. E, cosa interessante, entrambi funzionano meglio col cibo che in assolo: Jelka come amplificatore del cibo che poi resetta la bocca, lo Schioppettino come compagno di griglia che alla lunga si fa perdonare.
La nota più rivelatrice è che nessuno dei due ha dato davvero quel senso di terroir che cerco: uno perché è vuoto, l’altro perché è sfuocato. Due vini okay, ma per nulla memorabili.
Cosa Cercare nel Collio
- Tensione e sapidità: nel Collio io trovo spesso un frutto presente ma non protagonista, con vini strutturati e finali asciutti e salini. Qui la ponca ha un ruolo prominente e cruciale.
- Il triumvirato autoctono: Ribolla/Friulano/Malvasia qui sono espressi al loro massimo.
- Coerenza: essendo piccola, questa DOC tende a mantenere un’alta qualità. Si va sul sicuro.
Cosa Cercare nei Colli Orientali del Friuli
- Rossi autoctoni con carattere: qui la denominazione diventa davvero interessante quando smette di inseguire i bianchi e si focalizza sui suoi rossi: Refosco, Schioppettino, Pignolo, Tazzelenghe. Sono vini più rischiosi ma più identitari.
- Dolci DOCG: se parliamo di certezze, Ramandolo e soprattutto Picolit sono il motivo per cui la zona è enologicamente importante. Dei veri patrimoni.
- Selezione attenta: nei Colli Orientali cerco singole bottiglie e aziende più che “la denominazione in blocco”, perché la dispersione è parte del gioco.
Collio vs Colli Orientali: Perché Scelgo Quasi Sempre Collio
Il Collio mi attira di più perché è più compatto, più affidabile in qualità media. I Colli Orientali sono più grandi e più variabili: e il fatto che molti produttori siano anche (o soprattutto) agriturismi aumenta l’ampiezza della forbice—puoi trovare cose validissime, ma anche vini un po’ “di contorno”, meno centrati. Quindi la mia strategia è: per bianchi e qualità di default punto al Collio, mentre sui Colli Orientali cerco soprattutto rossi autoctoni o i dolci (Picolit/Ramandolo), che da soli giustificano la denominazione.
Un Itinerario sul Collio e Colli Orientali
Chiudiamo con un itinerario sul Collio e i Colli Orientali, due zone splendide che possono attrarre anche i non enoappassionati. L’area si sta rapidamente “turistificando”, quindi prima la visitate, più chance avrete di non sentirvi solo un altro turista di passaggio.
Giorno 1 — Collio “canonico”: Cormòns, Capriva, Spessa, Monte Quarin
09:00 – 11:00 | Base a Cormòns
- Arrivo e passeggiata nel centro: Cormòns è la “capitale logistica” del Collio, perfetta per orientarsi e capire il territorio.
- Necessaria una sosta all’Enoteca Comunale, un luogo didattico per capire Cormòns e i suoi vini.
11:30 – 13:00 | Giro panoramico Capriva → Castello di Spessa
- Primo giro tra colline e vigneti (anche in bici, se motivati): il Giro del Collio passa proprio da Capriva – Castello di Spessa – Cormòns.
- Il Castello di Spessa è una sosta naturale dentro il paesaggio collinare e l’azienda agricola produce vini interessanti. La degustazione è un po’ anonima, ma il prodotto vale la pena.
13:00 – 15:00 | Pranzo lento (mitteleuropeo)
- Qui ha senso mangiare “di confine”: la cucina locale è un mix friulano/sloveno/austriaco, quindi piatti pesanti e ritmi lenti.
15:30 – 18:30 | Monte Quarin + tramonto
- Salita/affaccio sul Monte Quarin, da cui nelle giornate terse si vede il mare.
- Discesa poi a Cormons per un’altra sosta in Enoteca, ne vale la pena.
Giorno 2 — Collio “di confine”: Gorizia, Oslavia, San Floriano, Plessiva
09:00 – 13:00 | Gorizia
- Gorizia è una piacevole cittadina e un giro nel centro vale sicuramente la pena. Non è difficile individuare buoni locali per l’aperitivo e un pranzo leggero.
13:00 – 14:30 | Oslavia
- Salita a Oslavia e visita dell’Ossario, monumentale e inevitabile: a due passi da Gravner, l’Ossario dice moltissimo su chi lo ha costruito oltre che su cosa commemora.
15:00 – 17:00 | San Floriano del Collio: il balcone
- San Floriano è uno dei punti più scenografici: piazza-belvedere, panorama su Collio e Brda slovena, discesa tra tornanti e vigneti.
- Se ti piace camminare: anche solo 30–45 minuti a piedi tra strade bianche e filari sono affascinanti a quest’ora del giorno.
17:15 – 19:00 | Plessiva: bosco e decompressione
- Chiudi con il Bosco di Plessiva, parco attrezzato e sentieri.
Giorno 3 — Colli Orientali: Cividale, Valli del Natisone, Prepotto, Rosazzo
09:00 – 11:00 | Cividale del Friuli
- I Colli Orientali “partono” da qui: è esplicitamente indicata come cuore della zona e base ideale per gli itinerari che si diramano.
- Passeggiata nel centro storico o almeno una sosta in enoteca.
11:15 – 13:30 | Valli del Natisone: deviazione selvaggia
- Dietro Cividale ci sono le Valli del Natisone: boschi, borghi, e in estate un tuffo nel fiume.
13:30 – 15:00 | Pranzo “da Colli Orientali”
- Frico, cjarsons, musetto e brovada, gubana. Un peccato perderseli.
15:15 – 18:00 | Prepotto: panorami e cantine
- Selezionare una cantina e visitarla. Come sempre, meglio chiamare prima di presentarsi all’indirizzo.
18:15 – 19:30 | Rosazzo: abbazia e vigneti
- Tramonto all’abbazia di Rosazzo, che col suo fantastico belvedere è parte centrale della storia dell’enologia locale, visto che proprio ai monaci benedettini Livio Felluga chiese in affitto le sue prime vigne.
Dal Collio è partita l’orange revolution, che non amo, ma alcuni vini naturali valgono la pena.
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